Cina-Israele: ai nostri critici rispondiamo con i dati di fatto, più duri delle loro teste.

Il nostro pezzo sul solenne comunicato del ministro degli esteri della Cina che chiede la fine del massacro a Gaza, ha provocato una raffica di reazioni polemiche, spesso violente. Ne scegliamo due che, messe assieme, forse condensano gli “argomenti”, se argomenti si possono chiamare, scagliati contro la nostra interpretazione di quel comunicato, e contro la nostra analisi dei rapporti tra la Cina di oggi e lo stato e l’economia sionisti.

  1. “Questo articolo dice una marea di cazzate. In Cina stanno bandiere della Palestina ovunque. La Cina ha riconosciuto Hamas. Non esiste commercio tra Cina e Israele e un’altra lista di cose per cui è meglio che iniziate a scrivere su topolino.”
  2. “L’articolo è pieno di inesattezze. La prima è che in Cina è vietato portare le bandiere della Palestina. Ci sono ovunque. Nei mercati, nei negozi e nelle parti più istituzionali. Esistono anche ambasciate simboliche della Palestina. Il commercio dei due paesi è iniziato solo nel 2001 ed è calato drasticamente di anno in anno fino a interrompersi per pressione degli Stati Uniti. Non mi voglio dilungare ma è dagli anni ‘50 (quando Mao dichiarò che Taiwan e Israele erano le due porte dell’imperialismo sull’Asia) che i rapporti tra Cina e Israele non sono mai esistiti.”.

Vediamo ora se le cazzate e le inesattezze sono nostre oppure dei nostri critici. In seguito cercheremo di spiegare all’ingrosso perché i nostri critici hanno sparato bestialità così grosse da essere esilaranti, se ci fosse da ridere.

*Sui rapporti diplomatici tra Cina e Israele

La Cina e Israele hanno rapporti diplomatici regolarissimi dal gennaio 1992. L’ambasciata di Israele a Pechino (Beijing) si trova al n. 17 Tianzelu, Distretto di Chaoyang, 100600 Beijing. L’ambasciatrice sionista attuale è Irit Ben-Abba. Se volete informarvi, ed evitare di dire altre bestialità, ecco il link:

https://new.embassies.gov.il/beijing/en/the-embassy

Dall’inizio del genocidio non risulta alcuna mossa diplomatica della Cina nei confronti dello stato sionista, tipo: ritiro dell’ambasciatore per consultazioni. Se invece vi risulta, smentiteci. Il Brasile ha fatto questa mossa, ma nello stesso tempo ha continuato a rifornire del suo petrolio lo stato genocida. Conta più la mossa diplomatica, o il petrolio?

*Sui rapporti commerciali tra Cina e Israele

Secondo un nostro informatissimo critico (n. 1), “non esiste commercio tra Cina e Israele”. Secondo i dati forniti dallo staff editoriale di “al Jazeera”, che forse ne sa qualcosa in più di lui, la Cina è nel 2024 (e lo è da anni) il primo paese esportatore verso Israele –  valore delle esportazioni cinesi verso lo stato sionista: 19,097 miliardi di dollari (primato assoluto), gli Stati Uniti, secondi in graduatoria, vi esportano per 9,4 miliardi, la Germania per 5,6, l’Italia per 3,6. In tempi di genocidio, viene dalla Cina il massimo sostegno all’economia e al “normale funzionamento” della società israeliana, e quindi della sua macchina bellica, con un’enorme massa di merci di ogni tipo – abbiamo più volte specificato che le armi vengono, invece, dai grandi protettori storici di Israele: Stati Uniti e paesi europei (Germania e Italia in testa). Per portare avanti il genocidio, servono sia le armi che le merci di ogni tipo. Se potete, dimostrate il contrario.

Qui sotto il link all’articolo di “al Jazeera”:

https://www.aljazeera.com/news/2025/5/22/which-countries-trade-the-most-with-israel-and-what-do-they-buy-and-sell#:~:text=Israel%20sold%20%2461.7bn%20worth%20of%20goods%20in%202024.,%2417.3bn%2C%20Ireland%20with%20%243.2bn%20and%20China%20with%20%242.8bn.

Secondo l’altro informatissimo critico (n. 2), invece, “il commercio dei due paesi è iniziato solo nel 2001 ed è calato drasticamente di anno in anno fino a interrompersi per pressione degli Stati Uniti”. Balle! Certo, le pressioni degli Stati Uniti sono state forti, ma non si è interrotto assolutamente nulla. Il commercio tra Cina e Israele è addirittura raddoppiato nel periodo 2013-2022. Sostiene Zhang Shen (leggetelo in spagnolo nella versione originale, e non in quella accortamente purgata di “Contropiano”) che tra la Cina e Israele, nel periodo 2015-2020, c’è stato addirittura “un breve idillio di crescente commercio e investimenti” per interessi strategici convergenti dei due stati. Nel corso della sua visita in Cina nel 2017 Netanyahu (sì, proprio lui) definì la relazione bilaterale tra Cina e Israele “un matrimonio perfetto”, mostrando interesse ad entrare a far parte del progetto della Nuova via della seta. La Cina, a sua volta, annunciò di stabilire con Israele una “associacion integral innovadora”. Non male per essere dei rapporti inesistenti, non vi pare?

Però, però, ci obietta un altro critico, dal 7 ottobre 2023 è “crollato tutto”. Balle! Abbiamo già fornito il dato relativo al 2024 – anno chiave del genocidio – fornito dalla ricerca di “al Jazeera”: la Cina è di gran lunga il primo esportatore di merci allo stato sionista. Basterebbe questo. Ma Zhang Shen ci dice che le esportazioni cinesi verso Israele sono diminuite nel 2024 solo dell’1,5% rispetto al 2023. Lo chiamereste un crollo? Controllate.

Fino ad oggi – è di questo che abbiamo parlato! – gli essenziali rapporti economici tra Cina e Israele non sono stati inficiati dal genocidio a Gaza. Né – tanto meno – sono stati inficiati dalla ininterrotta pulizia etnica avvenuta dal 1992 ad oggi in Cisgiordania, o dalle ricorrenti operazioni di rappresaglia contro la popolazione e la resistenza a Gaza, contro le sollevazioni palestinesi dal 1988 fino al 2021. Anzi, è stato proprio questo il periodo in cui questi rapporti si sono sviluppati al massimo. Tant’è che nel 2020 il governo degli Stati Uniti appalta alla famigerata Rand Corporation il compito di indagare sugli investimenti cinesi in Israele in tecnologia e infrastrutture, e sulle implicazioni per la sicurezza sia di Israele che degli Stati Uniti – vedete fino a che punto erano arrivate le “relazioni inesistenti”… Controllate.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3176.html

https://www.limesonline.com/rivista/infrastrutture-e-tecnologia-che-cosa-cerca-la-cina-in-israele-14631979

*Sull’aiuto di imprese cinesi ai coloni in Cisgiordania e la gestione cinese-indiana del porto di Haifa, essenziale per le forniture di armi all’IDF

Altre critiche ha ricevuto la nostra affermazione che importanti imprese cinesi di stato e private sono direttamente implicate nella costruzione delle nuove colonie in Cisgiordania e nel funzionamento del porto strategico di Haifa (che al 2024 movimentava la gran parte delle forniture di armi per il genocidio). Se non ci credete, verificate su un’altra fonte degna di credito: “Middle East Eye”. O, anche, se lo preferite, su una fonte sionista ufficiale. La grandissima società statale cinese implicata è lo Shanghai International Port Group. L’accordo, che vale per 25 anni, è definito dagli stessi dirigenti sionisti finalizzato a costruire “un porto tecnologico moderno, la cui apertura rivoluzionerà l’economia e avrà un impatto su tutti noi, dagli industriali ai consumatori, poiché ridurrà il costo della vita”, “uno dei progetti infrastrutturali più importanti per il futuro di Israele” – il futuro di Israele come stato coloniale portatore del progetto della “grande Israele”, giusto? Non si tratta, però, solo del porto di Haifa; anche l’ampliamento del porto di Ashdod, appena a nord di Gaza!, è stato affidato ad una grande impresa cinese, la China Harbour (investimento di 930 milioni di dollari).

Link all’articolo di Razan Shawamreh su “Middle East Eye”:

https://www.middleeasteye.net/opinion/china-quietly-aiding-israels-settlement-enterprise-how

https://www.israele360.com/israele-inaugura-il-terminal-portuale-di-haifa

*Sull’aiuto della tecnologia cinese nella sorveglianza dei palestinesi

Per non farsi mancare nulla, altri ancora ci hanno contestato che la Cina non fornisce armi a Israele – contestazione del tutto a vuoto, perché non abbiamo mai affermato questo – e che non c’entra “assolutamente nulla” con la sorveglianza dei palestinesi. Balla! La società cinese Hikvision (Hangzhou Hikvision Digital Technology Co., Ltd.), il cui azionariato è a maggioranza statale, fornisce allo stato sionista e al suo esercito la tecnologia di riconoscimento facciale (avanzatissima in Cina) e per le telecamere di sorveglianza sia a Gerusalemme Est che nelle città della Cisgiordania. A documentarlo è un rapporto di Amnesty International del 2023 che accusa lo stato ebraico di aver edificato un apartheid informatizzato, Automated Apartheid.

Va ricordato anche un altro tipo di collaborazione, quella tra università cinesi e israeliane, proprio nella ricerca tecnologica più avanzata che è per sua natura duale, come tutti sanno, cioè insieme, ed inseparabilmente, civile e militare: nel 2014, l’Università di Tel Aviv e l’Università Tsinghua di Pechino hanno creato un centro di ricerca da 300 milioni di dollari; nel 2015, l’Università di Pechino e l’Università di Tel Aviv hanno firmato un memorandum d’intesa per la creazione di un istituto di ricerca congiunto. Nello stesso anno, l’Università di Shantou e il Technion Institute of Technology di Israele hanno creato il Guangdong Technion Institute of Technology. Qualcosa da osservare?

Fai clic per accedere a Automated%20Apartheid.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Hikvision#:~:text=La%20Hangzhou%20Hikvision%20Digital%20Technology%20Co.%2C%20Ltd.%2C%20conosciuta,nel%20campo%20dei%20sistemi%20di%20videosorveglianza%20e%20sicurezza.

https://www.today.it/mondo/sorveglianza-digitale-israele-palestina-cina-hikvision.html

*Sulle bandiere palestinesi e sulle proteste studentesche per la Palestina nel giugno 2024

I nostri critici obiettano: le bandiere palestinesi sono ovunque. Obiezione sciocca o in malafede, dal momento che non ci siamo mai sognati di dire che in Cina sono vietate le bandiere palestinesi. Abbiamo affermato, invece, quanto segue: “Finora in Cina è stato vietato manifestare per la Palestina – abbiamo davanti agli occhi due, due di numero, studenti, ai quali viene tolta di mano dalla polizia la bandiera palestinese che stavano timidamente sventolando”. Non ci credete? Guardate qui sotto su youtube – il fatto è avvenuto nello Jiangsu, ed anche altrove, per esempio in un festival musicale giovanile nello Shaanxi, la bandiera palestinese è stata confiscata dalle forze dell’ordine. Il giorno è il 7 giugno 2024, giornata nazionale per l’esame di ammissione nei college universitari, quando – forse per qualche intesa avvenuta on line – in diverse città alcuni studenti si sono presentati con la bandiera palestinese.

Ora, al 2023 la stima della popolazione cinese è di 1 miliardo e 409,7 milioni di persone. Voi critici avete un solo fotogramma di numero di manifestazioni di piazza avvenute in Cina dall’ottobre 2023 ad oggi? Inviatecelo, e lo pubblicheremo.

Ricorda Zhang Shen che negli anni ‘60 e ‘70 l’appoggio cinese alla Palestina non si limitò al livello diplomatico, ma avvenne una vera e propria intenzionale istituzionalizzazione dei “discorsi di appoggio alla Palestina nella cultura della società. La prima forma, e la più diretta, fu promuovere manifestazioni di massa. Come mostra il documentario di propaganda Il popolo palestinese vincerà, realizzato dal governo cinese nel 1971, lo stato cinese organizzava con frequenza manifestazioni di massa davanti alle ambasciate della Palestina, dell’Egitto e della Siria a Pechino per esprimere la sua solidarietà”. La seconda forma era favorire al massimo la conoscenza della storia dell’oppressione del popolo palestinese da parte dello stato coloniale di Israele attraverso la voce degli stessi militanti palestsinesi. In quel periodo ebbero grande diffusione in Cina le opere di Ghassan Kanafani, tanto per dire, ed una diffusione ancora maggiore – a livello popolare – fumetti come “Il piccolo Talal” e “Il piccolo eroe Qassam” dedicati ai giovani e giovanissimi. Il picco, su questo piano, si raggiunse, naturalmente, durante la Rivoluzione culturale. Val la pena di ricordare che il “gruppo di teoria operaia” di una fabbrica di strumenti per macchine pesanti di Wuhan scrisse insieme ad alcuni professori di storia dell’Università normale della Cina centrale il libro “Origine e sviluppo della questione palestinese”, che fu pubblicato in seguito, nel 1976, da una delle più prestigiose case editrici di proprietà dello stato.

Esattamente come vanno le cose oggi, non vi pare?

Il testo di Zhang Shen, incautamente citato da “Contropiano” (e per questo mutilato), documenta quanta simpatia per la Palestina ci sia – sui social – da parte di tanti giovani internauti cinesi, e quanto sia esteso il desiderio di saperne di più sulla lotta del popolo palestinese. Vi si trova anche il riconoscimento di una storia parallela, “la Palestina assomiglia alla Cina di 100 anni fa” (il riferimento è alla feroce occupazione giapponese durata 14 anni, e finita con la totale disfatta degli imperialisti giapponesi). Ma proprio questa simpatia diffusa sui social, che Shen attribuisce “alla forza di inerzia storica dell’era maoista”, stride con la totale assenza di manifestazioni di massa per la Palestina. O no?

Invitiamo i critici a prendere nota che abbiamo scritto: ci sembra probabile che il divieto di manifestazioni di piazza per la Palestina possa – a questo punto – anche allentarsi per le ragioni ciniche, di interessi geo-politici, di potenza, che nulla hanno a che fare con la liberazione della Palestina dal fiume al mare.

https://jacobinlat.com/categoria/series/articulos-del-transnational-institute-tni

https://www.tni.org/en/video/zhang-sheng-why-chinese-netizens-call-palestinian-fighters-dandelions

https://www.scmp.com/news/china/politics/article/3266068/chinese-students-voice-hopes-mideast-peace-rare-public-political-stand

https://en.haberler.com/river-to-the-sea-chinese-students-express-1966933

*Ma “è dagli anni ‘50 (quando Mao dichiarò che Taiwan e Israele erano le due porte dell’imperialismo sull’Asia)”…

Questo, poi, l’argomento “forte” – la continuità tra la Cina di oggi e la Cina di Mao. Qui, francamente, non si sa da dove cominciare tanto è abissale è l’ignoranza dei fatti reali. Il meno da rilevare è che la dichiarazione di Mao citata non è degli anni ‘50, ma del marzo 1965, in occasione dell’incontro con la prima delegazione dell’OLP in visita in Cina. Appartiene agli anni della maggiore radicalizzazione dello stesso Mao, compresa la radicalizzazione in senso anti-sionista, che portò funzionari di alto rango cinesi ad affermare che la nascita di Israele doveva essere considerata “un progetto colonialista illegittimo nell’era moderna”, e a vantarsi di non avere votato, a differenza dell’URSS di Stalin, a favore di questa nascita (all’epoca la Cina era rappresentata all’ONU da Taiwan).

Vi diamo un indizio: giugno 1989. Una grande sollevazione operaia sollecitata, ma non certo guidata, da una sollevazione studentesca (molto variegata al proprio interno), e il suo schiacciamento nel sangue. Quella è la linea di separazione tra la storia della rivoluzione popolare cinese, radicalizzatasi negli anni 1966-’67, con un importante soprassalto proletario nel 1989, e la storia della Cina denghista sempre più organicamente integrata nel processo dell’accumulazione capitalistica mondiale, fino a diventare – in economia – la prima potenza del mondo. Perfettamente capitalistica, s’intende.

Quanto poi alla questione palestinese, lo stato cinese di oggi si rifà agli accordi di Oslo del 1993 che tutte le fazioni militanti del movimento palestinese considerano un accordo di svendita. Ha rapporti preferenziali con l’ANP collaborazionista di Abu Mazen. Si rifiuta tenacemente di aderire, in qualsiasi sua istituzione, al BDS. Certo, ora chiede l’immediata fine del massacro di Gaza (non usa tuttora il termine genocidio), e abbiamo spiegato che la cosa “ci sta bene” ed in che senso; ma è dall’ottobre 2023 che chiede questo, e finora non ha mai fatto nessun passo veramente utile ad ottenere ciò che afferma di voler ottenere. Neppure, lo ricordiamo, pressando i suoi paesi più strettamente alleati appartenenti ai Brics, dai quali arrivano allo stato sionista importanti forniture di petrolio, di derivati del petrolio, metalli, etc. (vedi sotto). Vi risultano pressioni in tal senso?

Osserveremo i futuri sviluppi, e non escludiamo che per i propri calcoli geo-politici la Cina di Xi trovi conveniente battere altri colpi dopo la dichiarazione di Wang Yi. Ad oggi, però, non veniteci a raccontare che “ha riconosciuto Hamas”. Certo, ha convocato anche Hamas a Pechino, ma per quale scopo? Per forzarla a riappacificarsi con Abu Mazen. Senonché costui, da sempre in ottimi rapporti con Pechino, ha in seguito dato dei “figli di cani” ad Hamas e a tutti i resistenti di Gaza, ha sparato a Jenin e Tulkarem sui giovani resistenti palestinesi, ha continuato ad arrestare i combattenti, e a pretendere il loro disarmo a Gaza, in Cisgiordania e in Libano – esattamente quello che pretende lo stato sionista, e – una decisione insultante – ha sospeso il pagamento delle indennità alle famiglie dei resistenti morti nella guerra di liberazione al sionismo. Appoggiare un figuro del genere, lo chiamate “stare dalla parte del popolo palestinese”? Fate pure.

*Sui rapporti dei paesi Brics con Israele

https://www.globalresearch.ca/genocide-brics-regimes-nurture-israel-economically/5870849

https://www.globalresearch.ca/brics-nations-israel-hype-hope-helplessness/5886973

*Siamo forse “integralisti”, e “anti-cinesi”? Né l’una, né l’altra. Mai sentito parlare di internazionalisti rivoluzionari?

Tale e tanta è la massa di fatti reali su cui poggiamo la nostra analisi e la nostra posizione – il terreno della realtà, del resto, è il nostro terreno – che qualcuno dei nostri critici si rifugia, in evidenti difficoltà, nell’accusa ideologica: siete “integralisti”, e forse “anti-cinesi”.

Integralisti? Siamo semplicemente dei marxisti, degli internazionalisti rivoluzionari, che hanno a cuore e nella mente come pochi/e altri/e la liberazione nazionale e sociale delle masse palestinesi, per le quali nutriamo un profondo sentimento di solidarietà e di riconoscenza per la grande lezione di dignità, di coraggio, di organizzazione, di anti-imperialismo, che stanno dando a tutti gli sfruttati e gli oppressi del mondo, pur nelle loro ore più tragiche. La storia di cento e più anni di colonialismo sionista-occidentale e di cento e più anni di straordinaria resistenza palestinese ci ha insegnato che la liberazione dei palestinesi, e più in generale la liberazione dei proletari e delle proletarie del mondo, non potrà avvenire con l’aiuto di nessuno degli stati oggi esistenti nel mondo, Cina ben compresa, perché la natura sociale di questi stati è capitalistica. Potrà e dovrà avvenire solo ed esclusivamente grazie alla loro battaglia al sistema sociale capitalistico.

Decenni e decenni di storia, e da ultimo questi 20 mesi di estrema distruzione e morte, dimostrano senza possibilità di dubbio che tutte le grandi potenzeCina inclusa, hanno aiutato lo stato di Israele a consolidare la propria funzione coloniale in Medio Oriente, la propria economia, le proprie infrastrutture, i propri sistemi di sorveglianza. Chi più, chi meno – ovviamente. Infatti abbiamo sempre distinto i grandi protettori di Israele fornitori di armi dai grandi fornitori di merci e di investimenti, e abbiamo sempre messo al primissimo posto la denuncia e la lotta contro l’Italia di Meloni-Mattarella, la sua logistica di guerra, i suoi accordi di coooperazione con lo stato sionista, i mass media italiani, la UE, la NATO. Ma, alla fine dei conti, lo stato sionista sta in piedi, ancora, con l’aiuto di entrambi i tipi di fornitori (di armi e di merci). E con l’aiuto di entrambi devasta il mondo, il presente e il futuro dei palestinesi.

Noi anticinesi? Sarebbe grottesco visto che siamo, questo sì, anti-capitalisti, e convinti fermamente che solo il proletariato – che ha in Cina il suo contingente più grande al mondo – potrà regolare i conti con questo sistema sociale ormai in putrefazione. Siamo contro il capitalismo cinese, ovvio, in quanto parte sempre più centrale del capitalismo globale. Ma quando – nei tempi della pandemia – impazzava qui una ignobile propaganda di stato anti-cinese, l’abbiamo combattuta con tutte le nostre forze, per piccole che siano, senza concedere un’unghia allo sciovinismo italiano-europeo-occidentale che detestiamo. Siamo stati risolutamente contro “la sporca caccia al dragone”. Controllate:

*Conclusione (provvisoria)

E’ possibile che tra i nostri critici vi siano militanti e attivisti che sperano nella funzione antimperialista e antisionista della Cina, e che abbiano per questo reagito d’istinto alla nostra analisi fondata su una sequenza di dati di realtà accertabili (accertabili, se si studiano le cose – e bisogna studiarle, dal momento che si tratta di questioni intricate). Ma è una speranza, come crediamo di aver dimostrato, davvero vana.

Oltre a ragionare su quanto abbiamo sostenuto, li invitiamo a riflettere su questo: se davvero la Cina si fosse opposta con reale determinazione al genocidio in corso e al colonialismo sionista, non sareste costretti a penosi tentativi di difesa dell’operato di Pechino, cercando di dimostrare l’indimostrabile attraverso affermazioni insostenibili; sareste intenti a propagandare le azioni positive di che questo Stato compie a sostegno della resistenza palestinese. Non relative ai tempi di Mao e della rivoluzione culturale, però. E neppure a ciò che i giovani cinesi dicono tra loro sui social, “in privato” – l’oggetto è lo stato e il capitale della Cina di oggi. Che non lo abbiate potuto fare, è la migliore dimostrazione della validità della nostra tesi.

Ne riparliamo. Perché la questione dell’approdo al capitalismo dei paesi in cui è avvenuta una rivoluzione proletaria (la Russia) o popolare (la Cina) è questione di grande portata. E non potremo contribuire alla rivincita storica che “sogniamo”, e che è possibile, senza averla compresa a fondo.