Commento – Problema Sudan – Difficile missione

Faz      110711
Commento – Problema Sudan
Thomas Scheen

Tesi: Il Sudsudan non è in grado di sopravvivere senza il suo avversario Nordsudan. Questo potrebbe riprodurre la situazione dell’Eritrea, con la continuazione di una guerra già ventennale.

– I problemi del Sudsudan, 54° Stato africano: economia traballante; nessuna sicurezza di finanziamenti; personale con formazione scadente; ambiente di lavoro pessimo, un management che rifiuta la cogestione.

– I motivi che fanno dubitare sulla capacità di sopravvivenza del Sudsudan:

o   la dipendenza finanziaria dal Nord e i conflitti etnici all’interno del nuovo Stato.

– Il petroli, potenzialità e problema:

o   l’80% dei giacimenti conosciuti del Sudan sono nel Sud, a sfruttamento pieno, nel solo Sud potrebbero essere estratti 500mila barili/giorno.

o   Khartoum ha in mano uno strumento di pressione, dato che il 95% del bilancio del Sud deriva dalle vendite di petrolio, che devono passare per il Nord.

o   Tutte le infrastrutture per portarlo sul mercato (oleodotti, raffinerie, terminale petrolifero di Port Sudan) appartengono al Nord, che può quindi chiudere i rubinetti, se non è contento del prezzo di affitto che per esse il Sud gli riconosce.

o   Le precedenti esperienze di violazione degli accordi da parte di Khartoum non consentono di pensare che oggi si possa giungere a regolamentare la questione.

o   La conseguenza di tutto ciò? La guerra. il presidente sud sudanese ha chiesto armi tedesche al ministro Esteri tedesco in visita a Juba.

– Oltre al mancato accordo sugli introiti petroliferi ci sono le dispute su ampie zone di confine,

– sulla moneta che il Sud utilizzerà, nuova o continuerà con quella del Nord, aggravando la dipendenza?

–  Il Sud non ha ancora una Costituzione.

– Tutto questo è simile a quanto è accaduto nella separazione inizialmente pacifica tra Etiopia ed Eritrea, entrate in guerra dopo pochi anni per moneta unica e confini.

– Attriti all’interno: il Sudsudan è un paese arcaico con alcune centinaia di etnie e diverse decine di lingue, unito finora dall’odio per il Nord.

o   Gli ex generali delle forze sud sudanesi si stanno già ribellando nelle province di Jonglei e Unity contro il governo centrale controllato dall’etnia Dinka, accusata di massicci brogli elettorali ad aprile 2010.

o   Le ribellioni vengono represse con la violenza dai nuovi uomini al potere, che hanno ammassato enormi ricchezze e accusano i generali Peter Gadet e George Athor di essere al soldo di Khartoum.

o   Molti soldati sono più leali alla propria etnia che non al governo di Juba. Circolano voci secondo le quali l’occupazione militare della regione di Abyei da parte del Nord a maggio sia stata provocata dal Sud per sviare dai conflitti interni e tenere occupate le forze armate.————–

Faz      110708
Sudan – In difficile missione
Andreas Ross

– In Sudan c’è un numero di elmetti blu  Onu superiore a quello di qualsiasi altro paese:

o   oltre ai 10 000 tra soldati e poliziotti della missione Unmis, avviata nel 2005, si sono aggiunti nel 2008 per il Darfur i quasi 18 000 soldati di Unamid e i circa 5000 poliziotti (+ oltre 1000 civili stranieri); Unamid è chiamata “missione ibrida” perché composta da soldati Onu + soldati dell’Unione Africana.– Reagendo alla crisi a velocità inusitata, il Consiglio di Sicurezza Onu ha approvato una settimana fa l’invio altri 4200 elmetti blu per la regione petrolifera di Abyei, disputata militarmente tra Nord e Sud Sudan; il progetto viene però dal presidente sudafricano, Mbeki, che ha negoziato con Khartoum e Juba, su suggerimento del primo ministro etiope Zenawi, che mette a disposizione tutti i soldati.

– Che una missione come questa sia composta tutta da truppe di un solo paese, per di più confinante, è in contraddizione ce il principi ONU; i soldati sono così solo formalmente sotto comando Onu, che se ne assume il finanziamento, ma di fatto il comando viene da Addis Abeba.

– Già per il Darfur l’Onu si è lasciata imporre da Khartoum quali nazioni avrebbero partecipato alla “missione di pace”

– Una quarta missione è prevista per il Sudsudan (UNMISS), 7000 soldati + 1000 poliziotti, che dovrebbero assicurare in tre anni la sopravvivenza del Sudsudan.

– Dato che il presidente sudanese, Bashir, rifiuta la continuazione della vecchia missione UNMIS per un periodo di transizione, si teme il peggio per le provincie del Sud Kordofan e del Nilo Blu, che si trovano a nord del nuovo confine, dove già sono scoppiati violenti scontri. I gruppi etnici qui predominanti si sentono uniti al Sud; già prima Unmis non era in grado di difenderli dalla repressione.

– A causa dell’opposizione di potenze non-occidentali (Russia, Cina?) alla richiesta americana di dotare le nuove truppe di ogni mezzo per la difesa dei civili, i compiti della missione UNMISS sono stati formulati in modo vago (mantenimento di pace e sicurezza), per creare le condizioni perché il governo di Juba possa governare il nuovo Stato “in modo efficiente e democratico”.

– Chi controlla i confini? Molti paesi Onu non vogliono che il controllo armato dei confini avvenga senza il consenso del Nord Sudan. Il compromesso raggiunto: Unmiss imporrà alle proprie pattuglie di fare rapporto sui punti caldi dell’area di missione, compresa la striscia di confine.

Faz      110711
Kommentar – Problemsudan

Südsudan ist ohne seinen Gegner Nordsudan nicht lebensfähig. Das könnte wie mit Eritrea enden – in der Fortsetzung eines zwanzig Jahre alten Krieges.

Von Thomas Scheen

10. Juli 2011 2011-07-10 14:16:49

–   Wäre der jüngste Staat der Erde, die Republik Südsudan, ein zum Verkauf stehendes Unternehmen, würde jeder potentielle Investor müde abwinken: wackliges Geschäftsmodell, keine gesicherte Finanzierung, schlecht ausgebildete Belegschaft, mieses Betriebsklima und ein Management, das Mitbestimmung für Teufelszeug hält.

–   Staaten funktionieren gottlob anders als Konzerne. Aber am Befund für die Republik Südsudan, die am Samstag nach zwanzig Jahren Krieg mit mehr als zwei Millionen Toten ihre Unabhängigkeit von Sudan erklärt hat, ändert das nichts.

–   Zwei Dinge sind es vor allem, die Zweifel an der Lebensfähigkeit dieser neuen Nation zwischen Nordsudan, Uganda, Kenia und Kongo säen:

o    die finanzielle Abhängigkeit vom ehemaligen Feind im Norden und die ethnischen Differenzen innerhalb der neuen Nation.

Segen und Problem zugleich: Erdöl

–   Südsudan ist gesegnet mit Erdöl. Achtzig Prozent der bekannten Vorkommen in ganz Sudan liegen in der neuen Republik, und würden alle Kapazitäten ausgelastet, könnten alleine im Süden 500.000 Fass täglich gefördert werden.

–   Doch die gesamte Infrastruktur zur Vermarktung dieses Öls, die Pipeline, die Raffinerie, der Erdölhafen von Port Sudan, gehört dem Norden, was bedeutet, dass Khartum dem Süden nach Belieben den Hahn buchstäblich zudrehen kann. Angesichts der zurückliegenden Erfahrungen mit der Vertragstreue der Regierung in Khartum, die noch jedes Abkommen gebrochen hat, grenzt es an Fahrlässigkeit, heute zu glauben, die Angelegenheit werde sich schon irgendwie regeln.

–   Khartum hat damit ein Druckmittel, wie es wirksamer kaum sein könnte: 95 Prozent des südsudanesischen Staatshaushalts stammen aus den Erdölverkäufen, die über den Norden abgewickelt werden. Was passiert eigentlich im Süden, sollte Khartum tatsächlich die Pipeline sperren, weil es mit dem Mietzins für seine Infrastruktur nicht zufrieden ist? Die Frage ist leicht zu beantworten und die Antwort furchterregend: Krieg.

–   Es war eben kein „Scherz“, wie der deutsche Außenminister Guido Westerwelle behauptete, als der südsudanesische Präsident Salva Kiir ihn bei seinem Besuch in Juba um deutsche Waffenlieferungen bat.

–   Die nach wie vor ungeklärte künftige Aufteilung der Öleinnahmen ist nur eines von vielen ungelösten Problemen, die Südsudan in die Unabhängigkeit begleiten. Über große Strecken des Grenzverlaufs haben sich Norden und Süden noch nicht geeinigt. Es herrscht Unklarheit darüber, ob die Republik eine eigene Währung schafft oder weiter mit der schwindsüchtigen Währung aus den Norden, dem sudanesischen Pfund, wirtschaftet und sich damit noch tiefer in die Abhängigkeit von Khartum begibt.

–   Und eine neue Verfassung gibt es auch noch nicht.

–   Das alles hat fatale Ähnlichkeit mit der zunächst friedlichen Trennung von Äthiopien und Eritrea, die nach wenigen Jahren in einen Krieg umschlug, weil sich beide Seiten nicht auf eine gemeinsame Währung und den Verlauf der Grenze einigen konnten.

Archaischer Vielvölkerstaat mit einigen hundert Ethnien

–   Hinzu kommen die Spannungen im Innern des neuen Staates. Südsudan ist ein archaischer Vielvölkerstaat mit einigen hundert Ethnien und mehreren Dutzend Sprachen. Der Leim, der dieses künstliche Gebilde in der Vergangenheit zusammengehalten hat, war der gemeinsame Feind im Norden. Doch den gibt es nun nicht mehr, und prompt tun sich tiefe Gräben auf.

–   In den Provinzen Jonglei und Unity rebellieren bereits ehemalige Generäle der südsudanesischen Armee gegen die Regierung in Juba und die dort tonangebenden Ethnie der Dinka, denen sie massive Fälschungen bei den Wahlen im April vergangenen Jahres vorwerfen. Die neuen Machthaber, von denen etliche bereits märchenhafte Reichtümer angehäuft haben, reagieren mit roher Gewalt auf die Rebellionen und beschuldigen die beiden ehemaligen Generäle Peter Gadet und George Athor, im Solde Khartums zu stehen.

–   Das ist nur die halbe Wahrheit. Wogegen Gadet und Athor sich wehren, ist die Vormachtstellung der Dinka in dem neuen Staat. Sichtbares Zeichen dieser um sich greifenden Malaise ist die beginnende Spaltung der südsudanesische Armee. Die Loyalität vieler Soldaten liegt eher bei der eigenen Ethnie als bei der Regierung im fernen Juba.

–   Es gibt sogar Stimmen in Juba, die behaupten, dass die militärische Besetzung der zwischen Norden und Süden umstrittenen Region Abyei durch nordsudanesische Truppen im Mai bewusst vom Süden provoziert worden war, um dergestalt von den innenpolitischen Auseinandersetzungen abzulenken und vor allem die Armee beschäftigt zu halten.

–   Die Regierungspartei „Sudan People’s Liberation Movement“ (SPLM) rechtfertigt ihre harte Gangart gegen politische Gegner und zunehmend auch gegen freie Berichterstattung mit der Sorge um die Stabilität dieses Gebildes namens Südsudan. Damit wirft sie genau das über Bord, was ihr im Krieg die moralische Lufthoheit über den Norden gesichert hatte: der Respekt vor den Menschenrechten, insbesondere vor dem Recht auf freie Meinungsäußerung und politische Willensbildung. Ein gelungener Start in die Unabhängigkeit jedenfalls sieht anders aus.

Text: F.A.Z.
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Faz      110708
Sudan – In schwierigen Missionen

Wenn am Samstag der Staat Südsudan entsteht, stellt die Unmis in Khartum ihre Arbeit ein und nimmt die Unmiss in Juba ihre Arbeit auf. Nirgends gibt es mehr „Blauhelme“ als in Sudan. Präsident Baschir würde sie am liebsten alle los.

Von Andreas Ross, New York

08. Juli 2011 2011-07-08 16:44:18

–   In keinem Land der Welt sind so viele Blauhelm-Soldaten im Einsatz wie in Sudan. Zu den mehr als 10.000 Soldaten und Polizisten der 2005 gegründeten Mission Unmis, die das Friedensabkommen zwischen Nord- und Südsudan überwacht, kam 2008 die Darfur-Truppe Unamid. Sie war die Frucht zäher Verhandlungen mit der Regierung Omar al Baschirs in Khartum und wurde dadurch ein Zwitter: Hinter dem offiziellen Etikett „Hybridmission“ verbirgt sich ein Gemeinschaftswerk von Vereinten Nationen und Afrikanischer Union, in dessen Rahmen derzeit fast 18.000 Soldaten und etwa 5000 Polizeikräfte Dienst tun (nebst mehr als 1000 aus dem Ausland entsandten Zivilisten).

–   Vor einer Woche nun hat der UN-Sicherheitsrat noch eine dritte Truppe autorisiert: 4200 Blauhelm-Soldaten sollen das kleine, eigentlich demilitarisierte Gebiet von Abyei schützen. Nord- wie Südsudan beanspruchen die ölreiche Region, in der es kürzlich zu so heftigen Kämpfen kam, dass eine Neuauflage des Bürgerkriegs nicht mehr ausgeschlossen schien. Westlichen Staaten sind die immensen Kosten der drei Missionen ein Dorn im Auge. Und trotzdem strebten sie einen vierten Sudan-Einsatz an.

Aus Unmis wird bald UnmissAus Unmis wird bald Unmiss

–   Dieser Einsatz soll an diesem Freitag auch mandatiert werden – aber dafür darf sich die erste Mission von diesem Wochenende an nur noch mit ihrer Abwicklung befassen. Denn am Samstag wird sich Südsudan für unabhängig erklären. Dann soll es eine Resolution des Sicherheitsrats geben, die wohl den Einsatz von bis zu 7000 Soldaten und 1000 Polizisten in einer neuen „UN-Mission für Südsudan“ genehmigt, die manche Doppel-S-Mission nennen, weil sie wohl Unmiss heißen wird. Doch Baschir hat sich geweigert, für eine Übergangszeit auch noch die alte Unmis fortbestehen zu lassen.

In drei Jahren soll Unmiss die Lebensfähigkeit Südsudans sichergestellt haben

–   Er will, jenseits von Darfur und Abyei, keinen Blauhelm-Soldaten auf dem Territorium seines geschrumpften Staates mehr dulden.

o    Viele in den UN fürchten deshalb Schlimmes für die nördlich der neuen Grenze liegenden Provinzen Südkordofan und Blue Nile, in denen neue Kämpfe aufgeflammt sind.

–   Die dort vorherrschenden Ethnien fühlen sich überwiegend Südsudan verbunden. Schon bisher war die in ihrer Bewegungsfreiheit von Khartum stets eingeschränkte Unmis kaum in der Lage, wirksam gegen die Gewalt vorzugehen. Doch bald werden die UN in diesen Gebieten die Lage nicht einmal mehr gründlich Der Ausgang des Referendums im Januar, als sich fast alle Südsudanesen für die Teilung aussprachen, konnte niemanden überraschen.

–   Doch noch am Mittwoch verbrachten die Botschafter der 15 Sicherheitsratsmitglieder in New York mehr als vier Stunden mit Verhandlungen über die Unmiss-Resolution. Auch danach blieb unklar, ob sich die federführenden Amerikaner mit ihrer Forderung durchsetzen würden, der neuen Truppe „alle notwendigen Mittel“ zum Schutz der Zivilbevölkerung zu gewähren.

–   Gerade nach der Aufregung über den Nato-Einsatz in Libyen und das robuste Vorgehen Frankreichs und der UN in der Elfenbeinküste lassen sich mächtige nicht-westliche Nationen nicht damit besänftigen, dass die Aufgabe der Mission eher weich formuliert werden soll: Die Unmis ist demnach zur „Erhaltung von Frieden und Sicherheit“ da, um Bedingungen zu schaffen, unter denen die Regierung in Juba den neuen Staat „effektiv und demokratisch“ regieren kann. Sie soll auf Einhaltung der Menschenrechte achten.

–   Doch wer kontrolliert die Grenze? Die Amerikaner warnen vor unbemerkten Waffen- und Truppenbewegungen. Robuste Grenzkontrollen wollen viele UN-Staaten ohne Zustimmung Nordsudans aber nicht vorsehen. Am Mittwoch wurde eine Kompromissformel gefunden. Demnach wird der Unmiss eine Berichtspflicht für ihre Patrouillen in den „hot spots“ des Einsatzgebiets auferlegt – mithin auch im Grenzstreifen. In New York kursiert die Vorstellung, dass die Unmiss nach drei Jahren die Lebensfähigkeit des neuen Staates sichergestellt haben soll.

–   Dabei steht in dem Wüstenland noch viel weniger Infrastruktur zur Verfügung als beispielsweise 1999 im Kosovo. Immer wieder haben sich die UN selbstkritisch auferlegt, keine überzogenen Erwartungen an ihre Missionen zu richten. Doch gerade in Sudan haben die UN ihre eigenen Lehren immer wieder in den Wind geschlagen.

Schon mit dem Selbstschutz überfordert

–   So hadern viele Mitgliedstaaten mit ihrem Eilbeschluss zu Abyei. Zwar hat der Sicherheitsrat selten so rasch und so zupackend auf eine Krise reagiert. Doch das haben nicht die UN, sondern der ehemalige südafrikanische Präsident Thabo Mbeki eingefädelt, der mit Khartum und Juba verhandelte. Einflüsterer war dabei der äthiopische Ministerpräsident Meles Zenawi, dessen Land sämtliche Soldaten stellt.

–   Ein Einsatz mit nur einem Truppensteller, der überdies noch ein direkter Nachbar ist, widerspricht den Prinzipien der UN.

o    Allen ist klar, dass die Soldaten nur deshalb formal dem UN-Kommando unterstellt wurden, weil dann die Staatengemeinschaft die Finanzierung übernehmen muss – die faktische Befehlsgewalt wird von Addis Abeba ausgehen.

–   Schon in Darfur hatten sich die UN von Khartum diktieren lassen, welche Nationen überhaupt zur sogenannten Friedenserhaltung beitragen durften. Mit der zwar großen, aber schlecht ausgebildeten und noch schlechter ausgestatteten Truppe kann Baschir leben. Manche in New York sagen, die Soldaten seien trotz ihres geringen Aktionsradius schon mit dem Selbstschutz überfordert: Es fehlen Hubschrauber, es fehlt an Aufklärung. Andere beteuern, ohne die Blauhelm-Präsenz hätte es noch viel mehr Massaker gegeben.

Der vom Internationalen Strafgerichtshof per Haftbefehl „gesuchte“ Baschir hat jedenfalls reichlich Erfahrung, wie er mit den UN umspringen kann. „Dass wir uns jetzt auch bei der Unmis nicht durchsetzen konnten, könnte ihn zum Versuch verleiten, jetzt auch die Darfur-Truppe loszuwerden“, orakelt ein hoher UN-Mitarbeiter.

–   Andere afrikanische Staatschefs schauen genau zu. Den kongolesischen Präsidenten Kabila etwa haben die UN voriges Jahr nur mit Verrenkungen davon abgebracht, die Blauhelmsoldaten aus seinem beileibe nicht befriedeten Land zu werfen.

–   Die westlichen Nationen, die zwar kaum Soldaten stellen, aber die Einsätze zu mehr als neunzig Prozent bezahlen, ziehen zwar nicht gern gescheitert ab. Doch auch im UN-Generalsekretariat geben Diplomaten zu, dass die Kosten für Einsätze in Ländern wie Kongo oder Haiti arg hoch dafür seien, dass sich die Nationen offenkundig gar nicht helfen lassen wollten.

Gereizte Stimmung zwischen Geldgebern und Truppenstellern

–   Fast hätten die UN am vorigen Freitag allen rund 120.000 Soldaten und Polizisten aus sämtlichen 15 UN-Friedensmissionen den Abzug befehlen müssen. Die ganze Nacht hindurch verhandelten die Staaten in New York über das Geld, das die Truppensteller bekommen.

–   Die Gruppe der 132 Entwicklungs- und Schwellenländer (G 77) folgte in der Vollversammlung dem Ansinnen der großen Truppensteller Indien, Pakistan, Bangladesch sowie Brasilien und forderten 57 Prozent mehr Geld. Das Gegenangebot von Amerikanern, Japanern und Europäern betrug 0,5 Prozent. Die Geber sind zum einen zugeknöpft, weil sie den Weg nicht nachvollziehen können, den ihre Beiträge nehmen.

–   Manche Regierungen lassen es in ihren Etats versickern und schicken trotzdem schlecht ausgebildete und unterbezahlte Soldaten in die Einsätze. Andere haben aus Fehlern gelernt und investieren nun viel in die Einsatzvorbereitung. Inder und Brasilianer klagen besonders laut, dass jeder UN-Einsatz für sie heute ein Verlustgeschäft bedeute.

–   Zum anderen mussten vor allem die europäischen UN-Botschafter feststellen, dass sie von ihren unter Sparzwang stehenden Regierungen heuer an die ganz kurze Leine genommen werden. Selten, so ist auf beiden Seiten zu hören, sei die Stimmung zwischen Geldgebern und Truppenstellern so gereizt gewesen.

Deshalb nahmen es die Geber auch ernst, als die Entwicklungsländer drohten, ihnen ihre Finanzforderung per Mehrheitsbeschluss aufzuzwingen. Die neue Budgetperiode war am Freitagmorgen schon sieben Stunden alt, als der Haushalt dank Verabredung einer Einmalzahlung und einer Vertagung des Grundsatzstreits kurz nach Fristende doch noch im Konsens verabschiedet wurde. Sonst hätten sämtliche Missionen ihre Arbeit sofort einstellen müssen. Am meisten hätte sich darüber wohl Omar al Baschir gefreut.

Text: F.A.Z.

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