Cosa non torna nei post di Tosa a favore della Palestina (e nella narrazione che li circonda) – Dalia Ismail

Riprendiamo questo post di Dalia Ismail, una delle voci pungenti dello shatat palestinese (diaspora) in Italia, in cui si critica giustamente un certo tipo di solidarietà con la Palestina che non va mai alle radici della questione: la dominazione coloniale sionista. E che spesso privilegia le poche voci israeliane critiche (da rispettare) sulle voci dei palestinesi, specie se resistenti e radicali. Per i palestinesi c’è sempre qualcun altro che deve parlare, consigliandogli, naturalmente, misura, moderazione, capacità tattica, e quant’altro… cioè di mordersi la lingua, e non andare mai fino in fondo nella denuncia delle cause dell’oppressione del popolo palestinese.

In questa materia è probabile che la RAI abbia conquistato un primato mondiale: non avere MAI fatto parlare un solo palestinese, una sola palestinese del genocidio in corso a Gaza, e della pulizia etnica in corso da un secolo nella Palestina. Se non è spirito coloniale, razzismo questo, cos’è? (Red.)

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Immaginiamo: sette uomini organizzano un evento in Italia sul diritto all’aborto, senza neanche una donna sul palco. Se qualcuno dicesse “meglio così che niente, l’importante è che se ne parli”, scatterebbe giustamente una polemica nazionale.

Quando invece parliamo di Palestina, la dinamica cambia. Se l’attenzione mediatica va agli israeliani “critici” piuttosto che ai palestinesi che subiscono sulla propria pelle la soluzione finale di un “genocidio incrementale” e un secolo di ingiustizie, nonché la costante cancellazione dai dibattiti mediatici e politici da cui dipendono le loro vite, quasi nessuno trova la cosa scandalosa. Perché? Perché la cancellazione delle voci palestinesi non tocca l’esperienza quotidiana delle persone che si indignano per la mancanza di rappresentazione femminile nei dibattiti che riguardano le donne occidentali: non subiscono razzismo, colonizzazione, nessun genocidio smembra i loro corpi in diretta Instagram. Così diventa un problema secondario, sacrificabile. Eppure il principio è lo stesso.

Da giorni l’algoritmo mi propone i post di Lorenzo Tosa sulla Palestina. Uno in particolare mi ha ferita: quello in cui elogiava Anna Foa per aver finalmente detto che Israele a Gaza sta commettendo un genocidio. Ma un’affermazione che andava fatta dal 17 ottobre 2023, dopo il bombardamento dell’ospedale Al-Ahli, può essere celebrata come un atto eroico se arriva quasi due anni dopo, per di più annacquata da parentesi su Hamas per distribuire “equamente” le responsabilità di Israele con qualcun altro e, così, limitare il più possibile i danni che tale critica potrebbe causare a Israele.

Un altro post di Tosa celebrava Standing Together, un gruppo di attivisti israeliani che hanno interrotto la diretta del Grande Fratello per dire “basta col massacro a Gaza”. Un gesto raccontato come eroico, che però per un palestinese è doloroso da leggere: perché gli stessi atti, se compiuti da palestinesi, significano carcere a vita, torture o morte. L’elogio smisurato di piccoli gesti israeliani rispetto ai sacrifici enormi e quotidiani dei palestinesi è un atto che, di fatto, svaluta le vittime e rafforza un’asimmetria razziale.

Non è che i post di Tosa dicano cose false. È vero che la mobilitazione israeliana ha effetti positivi. Ed è anche vero che, essendo il mondo profondamente ingiusto e razzista, la critica di un israeliano, un europeo o uno statunitense ha più effetti concreti rispetto alla stessa critica fatta da una donna palestinese. Ma il problema è il modo in cui quelle azioni vengono raccontate. I suoi post fanno crescere la critica a Israele, sì, ma in maniera graduale, addomesticata, senza scalfire davvero il sistema. La narrativa che ne esce è sempre la stessa: Israele è da criticare, ma è riformabile. Il sionismo è criminale, ma è salvabile. Basta liberarsi di Netanyahu e Ben Gvir e tutto si aggiusterà.

In questo modo, chi non è esperto di Palestina finisce per indignarsi “a metà”: riconosce il genocidio a Gaza, ma non la radice coloniale e genocidiaria di Israele dal 1948. E così, ottenuto il cessate il fuoco, tutto potrà tornare come prima.

Ripeto: il mondo è razzista e ingiusto, lo provo sulla mia pelle da tutta la vita, e non sono ingenua al punto di sperare che questo possa cambiare ora. La parola di un israeliano qualunque pesa infinitamente di più di quella di una giornalista palestinese come Hind Khoudary o di quella di Anas al-Sharif. Le critiche pacifiche degli israeliani possono smuovere le acque nei piani alti, mentre 700 000 palestinesi possono venire uccisi senza che gli equilibri politici cambino di una virgola. Ed è proprio questa disuguaglianza che persone come Tosa, pur con le migliori intenzioni, finiscono per alimentare.

Il risultato è che il discorso rimane confinato dentro i limiti dell’oppressore: un dibattito tra sionisti “buoni” e sionisti “cattivi”, dove perfino chi riconosce il genocidio mantiene il potere di decidere cos’è giusto dire e cosa no. E noi dovremmo accontentarci di fare eco a quel dibattito, come se fosse l’unico che conta. Ripeto, la brutale verità è che quel dibattito conta davvero di più: perché gli israeliani hanno molto più potere politico di me, di Anas al-Sharif, e di Hind Khoudary. Ma allora una sinistra vera non dovrebbe lavorare per smontare questa ingiustizia economica, politica, razziale e patriarcale, invece che assecondarla?

Ogni volta che proviamo a sollevare questo problema, veniamo accusati di essere “poco strategici”: di fare polemica invece di lavorare con tutti gli alleati per fermare il genocidio. È un ricatto morale. Come se chiedere di amplificare le voci palestinesi al posto di quelle israeliane fosse un lusso che ci distrae dalla priorità.

Ma la verità è che non richiede nessuno sforzo titanico: basta un secondo solo per condividere una voce palestinese invece di una israeliana. Non distoglie energie dalla lotta. È semplicemente giustizia. È antirazzismo.

Quando Rula Jebreal si ritirò da Propaganda Live nel 2021 per protestare contro l’assenza di donne nella puntata del programma, fu celebrata come coraggiosa, anche se in quel momento c’era un massacro in corso a Gaza, di cui lei avrebbe dovuto parlare. Allora, nessuna femminista italiana con visibilità disse: “ora non è il momento di parlare di rappresentanza in TV, c’è un genocidio in corso”. Perché lì la questione toccava anche sensibilità occidentali.

Perché, invece, la cancellazione delle voci palestinesi non dovrebbe essere vista come una questione altrettanto centrale? Perché la dignità e l’autorevolezza delle vittime devono essere continuamente messe in secondo piano?

Chi dice che facciamo polemiche sterili dovrebbe provare, anche solo per un minuto, a mettersi nei nostri panni. Perché non è una fissazione, non è rabbia cieca: è la realtà quotidiana di chi vede le proprie voci sistematicamente messe da parte per lasciare spazio a quelle dell’oppressore, anche quando si traveste da “critico”.

E la verità è che, per molto meno, queste stesse persone hanno reagito con indignazione feroce: quando erano in gioco temi che toccavano direttamente loro, non hanno mai liquidato il problema come secondario.

Io penso che, di fronte a bambini che vengono uccisi, qualunque altro problema sia secondario. E lo era anche il problema della rappresentanza femminile in Propaganda Live nel 2021, perché anche allora venivano uccisi bambini. Allora però non era “polemica inutile”: le donne italiane hanno preso quella come battaglia prioritaria perché la sotto-rappresentanza nei programmi TV le tocca direttamente, mentre il razzismo e il genocidio sono concetti astratti a cui si oppongono sì, ma, non essendone vittime direttamente, li relativizzano più facilmente.

Chiediamo semplicemente lo stesso: di essere ascoltati e rispettati come esseri umani alla pari. Se ci pensassero davvero in questi termini, senza ridurci a “pazzi arrabbiati per niente”, non ci sarebbe nulla di difficile da capire.