
Lo sciopero generale di venerdì 20 giugno, promosso dalla quasi totalità del sindacalismo di base, e a cui si è affiancato lo sciopero dei metalmeccanici Fiom, in base ai dati e alle informazioni a nostra disposizione si è rivelato un successo: adesioni altissime nella logistica e nel trasporto pubblico nazionale e locale, ma anche in altri settori (commercio, multiservizi, funzioni centrali) si sono registrate alte percentuali di scioperanti.
Nella logistica, divenuta ormai l’esempio più lampante dell’attacco repressivo portato avanti dal governo Meloni col cosiddetto DL sicurezza, si sono registrati numerosi tentativi di sgombero dei picchetti operai organizzati dal SI Cobas, come nel caso della GLS di Napoli-Frattamaggiore, della Stef di Tavazzano (Milano) e alla BRT di Pescarito Torinese. Tra intimidazioni della Digos e azioni della celere, l’intento dello stato borghese e del governo Meloni è apparso quanto mai chiaro: vietare e criminalizzare le forme di sciopero che fanno davvero male ai padroni, e consentire solo quelle che si risolvono in un’innocua astensione dal lavoro che colpisce più le tasche degli operai che quelle dei capitalisti.
Nonostante il pressing repressivo sempre più asfissiante, il SI Cobas, oltre ai presidi già citati, ha messo in campo decine di iniziative fuori ai cancelli: tra queste Sda Landriano, Fedex Modena, GXO Trezzo [BG], Brt Prato, FedEx Verona, SDA di Ravenna, GLS Pesaro, Thermofisher di Monza, SDA hub Bologna, GLS Sordio, GLS Fiano Romano…
Di notevole rilevanza l’iniziativa messa in piedi a Genova, dove Calp, SI Cobas Genova-Alessandria e numerosi solidali hanno dato vita a una manifestazione contro la guerra e il genocidio del popolo palestinese per mano sionista, che ha bloccato uno dei varchi del porto (vedi foto) e si è spinto fino agli uffici della compagnia ZIM, artefice del rifornimento di armi via mare verso i porti israeliani: un’iniziativa in cui sono emersi in maniera chiara i contenuti internazionalisti dell’opposizione di classe alla guerra e del sostegno alla resistenza palestinese.
Ma ieri è stata anche la giornata dello sciopero nazionale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom-Cgil per rivendicare consistenti aumenti salariali nel rinnovo del CCNL a fronte delle elemosine (27 euro mensili in più) offerte provocatoriamente da Federmeccanica.
Proprio in questo settore si sono registrate le novità per certi versi più interessanti: in primo luogo l’adesione altissima nelle fabbriche, in alcuni casi superiore ai dati già buoni dello sciopero generale di novembre; in secondo luogo una partecipazione altrettanto alta alle manifestazioni che la Fiom ha indetto in numerose città; in terzo luogo, ad esempio alla Fincantieri di Marghera, il ritorno alla pratica del picchetto (l’ultimo, in questo grande stabilimento, l’aveva organizzato più di dieci anni fa il Comitato di sostegno ai lavoratori della Fincantieri); infine, il segnale, tanto positivo quanto inaspettato, della piazza di Bologna, dove un corteo di migliaia di operai ha occupato la tangenziale, violando apertamente i dettami del nuovo DL sicurezza e attirandosi gli strali isterici di Questura, Prefettura e esponenti del governo, a partire da Salvini.
Si tratta senza dubbio di un segnale di controtendenza, tanto più se proveniente dalle fila di un sindacato come la Fiom, i cui vertici sono cresciuti e pasciuti all’ombra del rispetto di quella legalità borghese che da decenni disarma la classe operaia, condannandola a una sequela lunghissima di sconfitte.
C’è da auspicare che questa azione non resti confinata a una parentesi di un “giorno di festa”, ma sia da esempio per milioni di lavoratori di qual è il percorso di lotta da tracciare, se davvero si vuole riconquistare rapporti di forza più favorevoli – e quindi anche un maggior potere negoziale – in un contesto segnato dai venti di guerra.
Alla giornata di lotta del 20 hanno fatto seguito le due manifestazioni di sabato a Roma contro la guerra.
La prima, indetta dall’ampio cartello “No Rearm Europe” ha registrato una partecipazione decisamente più alta (qualche decina di migliaia di manifestanti), segno di una volontà diffusa (e relativamente di massa) di scendere in piazza contro la guerra, contro l’attacco di Israele e Usa in Iran, e contro il genocidio del popolo palestinese. D’altra parte, questo corteo, nato sulla spinta di un generico pacifismo, è stato oggettivamente inquinato dalla presenza (e dall’ipoteca politica) di esponenti di AVS, M5S e settori dello stesso PD europeista e atlantista : ne è riprova il fatto che nella piattaforma di indizione, nonostante le numerose pressioni in tal senso, non si sia riusciti ad inserire una sola parola d’ordine contro la NATO, pur di non mettere in difficoltà quei partiti che, soprattutto al parlamento europeo, hanno più volte votato a favore dell’incremento delle spese militari e/o dell’invio di armi in Ucraina.
L’altra piazza, numericamente più contenuta, sotto lo slogan “Disarmiamoli” ha affermato con più nettezza l’opposizione alla NATO, ma si è sostanzialmente risolta in una manifestazione identitaria dell’area Usb-Potere al Popolo come di consueto dominata da posizioni semi-campiste, i cui promotori si sono ben guardati dal lavorare per allargare la partecipazione al di fuori del loro orticello politico-sindacale: non è un caso se alcune delle realtà della sinistra di classe, pur molto critiche verso la piattaforma di indizione, abbiano preferito sfilare nel corteo “No Rearm Europe”.
La giornata del 21 può comunque aver rappresentato un primo (per quanto ancora insufficiente) passo verso la nascita di un vero movimento di massa contro la guerra. Manca però, allo stato attuale, una soggettività proletaria capace di rendere chiara e visibile una prospettiva coerentemente anticapitalista, per definizione alternativa sia alle capriole opportuniste dei carrozzoni elettorali legati al “campo largo” atlantista-europeista (o europeista-atlantista) di Elly Schlein&Co., sia ai tifosi del capitalismo “multipolare” targato BRICS.
Un campo internazionalista che per anni ha visto i lavoratori immigrati, in primo luogo arabi, in prima fila in innumerevoli iniziative di lotta e manifestazioni di piazza, grazie soprattutto al ruolo propulsore del SI Cobas. Un ruolo di cui, tanto più oggi, il movimento di opposizione alla guerra avrebbe enormemente bisogno.