
La scrittrice marocchina Zineb Saaid ci ha inviato questa bella intervista fatta per il blog Il Pungolorosso a Ezzedine Al-Shellah, che sta curando, in mezzo alle rovine di Gaza, la prima edizione del Festival internazionale del Cinema delle Donne di Gaza – un modo, tra gli altri, di coltivare la speranza e alimentare la resistenza, onorando le donne di Gaza, le donne palestinesi, le donne del mondo intero, così attive in questi due anni nel moto internazionale di sostegno alla causa della liberazione della Palestina dal fiume al mare dalla mostruosa macchina di morte sionista-occidentale. Ringraziamo molto Zineb Saaid e la traduttrice Dalila Menacer. (Red.)
Nonostante il genocidio e la devastazione che hanno ridotto Gaza a un cumulo di macerie, gli intellettuali locali continuano a credere nella cultura come forma di resistenza. Dopo il Festival Internazionale del Cinema di Gerusalemme, oggi si preparano a lanciare un nuovo appuntamento: il Festival Internazionale del Cinema delle Donne di Gaza, la cui prima edizione si terrà dal 26 al 31 ottobre 2025, in coincidenza con la Giornata nazionale della donna palestinese.
A parlarne è il suo fondatore, Ezzedine Al-Shellah, regista e dottore di ricerca in cinema, presidente del Festival del Cinema di Gerusalemme e dell’Unione Internazionale del Cinema Arabo, che riunisce 26 festival internazionali.
D: Da dove nasce l’idea di un festival nel cuore della guerra?
R: L’idea è nata proprio qui, dal cuore di Gaza e dal cuore del genocidio. Le donne hanno pagato un prezzo altissimo: madri che hanno perso tutti i figli, mogli rimaste sole dall’oggi al domani, sopravvissute che portano ferite profonde. Ci sono donne che hanno perso l’intera famiglia e non sanno come affrontare la vita. Raccontare queste esperienze attraverso il cinema è diventato per noi un’urgenza.
D: Il festival sarà dedicato in particolare alle donne palestinesi?
R: Abbiamo voluto dedicare questa rassegna alle donne palestinesi per raccontarne la sofferenza e le tragedie. Ma i film che accogliamo sono internazionali: possono provenire da qualsiasi Paese e trattare la condizione femminile in senso ampio. Ci interessa mostrare storie di donne nel mondo intero, perché la donna palestinese possa confrontarsi e trarre forza dalle esperienze di altre.
D: Ha senso parlare di cultura in tempi di genocidio e fame?
R: Sì, ed è fondamentale. Il cinema è vita, è una presenza ostinata contro il nulla. Realizzare un festival tra le macerie significa dire che siamo ancora qui, che resistiamo e che c’è speranza. È il nostro modo di sfidare la morte con la vita. Vogliamo trasmettere al pubblico una carica di fiducia: la speranza, in questi tempi, è già una forma di resistenza.
D: Quali ostacoli state affrontando?
R: La distruzione è totale. Tutti i luoghi che in passato ospitavano il festival sono stati bombardati. Ma non ci fermeremo: monteremo il festival tra le tende, nei campi, tra le macerie. Proietteremo i film su un grande schermo e, anche senza elettricità, useremo un generatore. La determinazione rende possibile l’impossibile.
D: Perché un festival dedicato alle donne e non anche ai bambini, anch’essi vittime del genocidio?
R: Certo, i bambini hanno pagato un prezzo altissimo. Avremmo potuto pensare a un festival per entrambi, ma credo nella specializzazione. Questo è dedicato alle donne. In futuro organizzeremo un festival specifico per i bambini.
D: La cultura può offrire soluzioni concrete in questa situazione?
R: Non può dare soluzioni pratiche, ma può donare speranza. E questo è ciò di cui il nostro popolo ha più bisogno. La cultura sostiene psicologicamente, rafforza la resistenza, la volontà di vivere e di non arrendersi. È un modo per mantenere vivo l’amore per la vita.
D: Che cosa significa scrivere sotto le bombe e la fame?
R: La fame è spietata, uccide. Sotto il cielo del genocidio è un orrore indescrivibile: le parole non bastano a raccontare la sofferenza quotidiana. Qualcuno muore di fame, qualcuno sotto le bombe, qualcuno per entrambe le cause. In questo contesto, scrivere diventa una testimonianza. Non è facile, ma è necessario: le nostre storie, le nostre ferite, devono essere raccontate.
D: Qual è il messaggio che vuole rivolgere ai lettori italiani?
R: Israele non potrà cancellarci. La storia ci insegna che alla fine sono i popoli a vincere. La nostra forza e la nostra determinazione prevarranno. La solidarietà italiana ci dà coraggio, ci fa sentire meno soli e spinge i vostri governi a prendere posizione.
Voglio ringraziare in particolare la regista Alessandra Mecozzi, insieme a Milena Fiore, Monica Maurer, Graziella Bildesheim, Faten Tabel, Mohammad Sahli e tutto il team che lavora instancabilmente al successo del festival raccogliendo fondi su
https://www.gofundme.com/f/support-women-film-festival-in-Gaza.
Ogni gesto di vicinanza contribuisce ad alleviare il peso dell’oppressione e a rafforzare la nostra volontà di resistere.
[a cura di Zineb Saaid, traduzione di Dalila Benacer]

