Gaza: la Cina batte un colpo, magistrale e cinico, su una montagna di morti palestinesi. Cosa vuole realmente?

Ci segnalano oggi, e naturalmente lo pubblichiamo (in coda a questo testo), un comunicato del ministro degli esteri della Cina Wang Yi, in data 17 maggio, nel quale si chiede l’immediata fine del massacro in corso a Gaza.

E’ una dichiarazione diplomatica redatta in una forma solenne, che chiama in causa (addirittura) “la coscienza morale dell’intera umanità”, il “debito morale verso la storia”, il “diritto internazionale umanitario”, e quant’altro.

Dichiarazioni di simile contenuto e tenore stanno arrivando in questi giorni anche da Madrid, che ventila la rottura dei rapporti economici con Israele e propone l’embargo sulle armi ad Israele, da Parigi e da Londra. I vertici dell’Unione europea – ed è quanto dire – stanno discutendo se è il caso o no di sospendere, o almeno rivedere, l’accordo di associazione con Israele, e prospettano l’esclusione di Israele dalle competizioni sportive. Nelle ultimissime ore perfino il centro-sinistra italiano (!!??) fa sapere di voler manifestare per fermare la carneficina. Tuttavia, seppur in un contesto in cui crescono le prese di distanza statuali dall’asse Israele-Stati Uniti, la scesa in campo della Cina ha un peso speciale.

Viene da chiedersi come mai a Pechino si siano accorti soltanto ora del genocidio in corso. Finora la Cina lo ha alimentato con il suo interscambio da primato, che ha consentito allo stato sionista e al governo Netanyahu di mantenere nella vita economica e sociale israeliana una fondamentale parvenza di “normalità”, e con essa il buon funzionamento della stessa macchina militare (come mostriamo in un altro articolo del blog, riprendendo un servizio molto documentato di “al Jazeera”).

Perché solo ora, dopo venti mesi di genocidio, “il tempo sta per scadere” (è questa l’espressione di Wang Yi)? Quale “tempo sta per scadere”, e per chi?

Il tempo dei palestinesi di Gaza di salvarsi dal massacro?

No, evidentemente. Il massacro è già ad un punto molto avanzato. E la semina di morte per gli anni futuri la banda Netanyahu l’ha già fatta in modo sistematico e spietato.

Sta per scadere invece, per la Cina, il tempo per profittare del formidabile assist fornitole dall’accoppiata Trump-Netanyahu i quali, in mezzo ad un oceano di sangue palestinese, libanese, yemenita, si sono oscenamente vantati agli occhi del mondo di progettare sulle rovine di Gaza una maxi-speculazione militare-immobiliare per ricchi occidentali, ad eterna gloria degli assassini sterminatori.

Una strage e un progetto troppo esageratamente osceni per non suscitare nel mondo, come hanno suscitato, un moto senza precedenti di rigetto, di condanna, di odio, verso il nazi-sionismo e i suoi protettori occidentali, che stanno – oltre che a Washington – a Roma, Berlino, Bruxelles.

Finora in Cina è stato vietato manifestare per la Palestina – abbiamo davanti agli occhi due, due di numero, studenti, ai quali viene tolta di mano dalla polizia la bandiera palestinese che stavano timidamente sventolando. Ma i governanti cinesi sono troppo accorti dei fatti del mondo per non avere colto che il moto di rigetto anti-sionista ha raggiunto un’intensità tale che anche negli Stati Uniti si comincia a sparare contro il personale della macchina di morte sionista. Per quanto trapelino poche informazioni, si può esser certi che nella stessa Cina esiste un sentimento del genere (chi sa che adesso non diventi permesso manifestarlo… probabile).

Questo passo diplomatico clamoroso è il risultato anzitutto della straordinaria resistenza del popolo palestinese, che è tale anche nell’instancabile denuncia delle brutali operazioni militari sioniste, e delle infinite, talvolta immense (come di recente a Londra e all’Aja), manifestazioni per la Palestina. E’ il risultato, cioè, della potenza della lotta degli oppressi e degli sfruttati di Palestina e del mondo. Una potenza che ha messo sul banco degli imputati davanti al mondo intero la smisurata criminalità del progetto coloniale sionista-occidentale della Grande Israele, e via via sta chiamando in causa i tanti complici, diretti e indiretti. (L’articolo di “al Jazeera” che commentiamo ha anche questo significato.)

Grazie all’eroica resistenza palestinese e a questo movimento internazionale, e internazionalista almeno nello spirito, la delegittimazione della coppia Israele-Stati Uniti è oggi al punto massimo. Ed è di questo che Pechino intende profittare, incamerando simpatie nel mondo.

Ma qual è la soluzione proposta da Wang Yi per il popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania, e per i milioni di rifugiati palestinesi sparsi per il Medio Oriente e il mondo?

Il “riconoscimento dello stato di Palestina, con piena sovranità, entro i confini del 1967 e con Gerusalemme come capitale”, come da mille risoluzioni delle Nazioni Unite calpestate da Israele nel silenzio-assenso o nella totale inerzia di tutti gli stati, Cina compresa.

Due popoli, due stati, dunque. Se non fosse che il tempo, per questa soluzione, è scaduto da molto. Israele ha reso materialmente impraticabile questa soluzione, prima frammentando il territorio della Cisgiordania in centinaia di pezzetti non comunicanti tra loro, poi radendo al suolo l’intera striscia di Gaza.

Oggi-maggio 2025, l’effettiva realizzazione di questa soluzione del 1948 comporterebbe il tracollo dello stato sionista e della sua economia di guerra permanente, lo sgombero di centinaia di colonie illegali, la demolizione del muro, l’immediato ritiro dell’esercito genocida da Gaza. Ma non è all’effettiva realizzazione di tutto ciò che punta la Cina. Altrimenti non avrebbe moltiplicato negli ultimi vent’anni i propri investimenti in Israele, investimenti che riguardano anche la sicurezza di Israele dalla “minaccia” palestinese; non avrebbe moltiplicato il suo interscambio con Israele; e non sarebbe com’è – di gran lunga – la primatista nelle forniture di merci essenziali ad Israele (armi escluse).

Ciò che interessa alla Cina è mostrare al mondo quanto è saggio e giusto il progetto di un mondo capitalistico multipolare, gestito dalle grandi potenze, con accordi equi e pacifici; un mondo che non è mai esistito e, per come funziona il capitalismo, è inesistibile. Un progetto, quello cinese, che tutto prevede, fuorché la liberazione della Palestina dalla terra al mare, come si grida nelle manifestazioni pro-Palestina del mondo intero.

Al contrario, nei mesi scorsi i mandarini del capitalismo cinese hanno convocato a Pechino tutte le fazioni della Resistenza palestinese per imporre a quelle combattenti di sottomettersi all’ANP, che non è altro se non una manica di corrotti assoldati al servizio dello stato sionista, da tempo disposti a gestire un sistema di piccoli bantustan.

No, non è la liberazione del popolo palestinese che sta a cuore ai Wang e agli Xi: è l’accreditamento agli occhi dei popoli del mondo della potenza cinese come potenza positiva e pacifica, che non crea problemi, li risolve. Una riedizione del wilsonismo, che un secolo fa si affacciò da primattore al balcone del mondo facendosi banditore del principio di “autodecisione delle nazioni” per poi fare, come sappiamo, tutt’altro. 

Ed è prevedibile che l’incasso consentito da questa abile mossa sarà, su questo piano, ampio.

Ci chiedevamo nei giorni scorsi come mai il più ferocemente sionista dei giornali italiani – la Repubblica (di Sion) – avesse cominciato a concedere qualche spazio agli orrori di Gaza. Oggi (25 maggio) ci fa addirittura il titolo di prima… Ecco cosa bolliva in pentola: la temibile (per i redattori di quel fogliaccio) scesa in campo della Cina, finora rimasta a guardare lo “spettacolo”. 

Ben venga comunque questa scesa in campo, perché rende più complicato ai gangster di Tel Aviv, di Washington e dell’UE “finire il loro lavoro”. E perché può forse consentire un attimo di respiro alla popolazione di Gaza martoriata, alla fame, allo stremo, e un piccolo spazio alla riorganizzazione della Resistenza.

Ben venga l’aperta esplosione delle contraddizioni tra i due campi imperialisti, e dentro di essi (con alcuni stati europei impegnati a discostarsi da Washington per tutelare i propri interessi nell’area), se – e solamente se – continuiamo a svolgere in tutto il mondo, in ogni forma, le azioni di protesta e di lotta che colpiscono la logistica materiale e culturale di guerra operante a supporto dello stato sionista. Se, e soltanto sele rilanciamo e rafforziamo ovunque.

Siamo abituati a non aspettarci nulla di buono dalla diplomazia delle grandi potenze, incluse quelle “multipolariste”, che giocano ciascuna una propria partita sulla pelle e dietro le spalle dei palestinesi. Ma, visto che Wang Yi parla anche di “sanzioni”, ci permettiamo di proporre il blocco totale, immediato, dei 20 miliardi di dollari di esportazioni da Pechino a Israele e dei 5-6 miliardi di dollari di importazioni da Israele. Per cominciare a passare dalle parole ai fatti. In pochi giorni il terrorismo di stato sionista si troverebbe a corto di tutto. Se poi, insieme con la Cina, dessero conseguenzialità alle proprie prese di distanza verbali anche Spagna, Francia, Regno Unito e UE, Netanyahu e soci sarebbero spacciati.

Anche perché i segni di crisi nell’esercito sionista, nonostante tutto, non mancano: 42 suicidi, 6.000 soldati regolari e di riserva incarcerati per reati di diserzione, violazioni disciplinari, uso di droghe, etc., 9.000 soldati della riserva in cura per gravi disturbi mentali causati dalla partecipazione al massacro, altre centinaia della riserva (tra cui parecchi piloti di aerei) che rifiutano di tornare in servizio…

Tornando infine al comunicato di Wang Yi: il tempo non “sta per scadere”, è scaduto almeno da quando è stata costituita Israele. Ed insieme ad esso, è scaduto il tempo di tutte le compagini capitaliste, di occidente come di oriente, tanto degli imperialismi decrepiti e zuppi di sangue proletario quanto di quelli in ascesa che aspirano a prenderne in posto, di potersi presentare come i campioni del progresso e della libertà dei popoli. La liberazione nazionale e sociale delle masse della Palestina non sarà certo un loro regalo.

DICHIARAZIONE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE SULLA QUESTIONE PALESTINESE

Diffusa in tutto il mondo in tutte le lingue del mondo

Compatrioti, membri della comunità internazionale e illustri rappresentanti delle nazioni del mondo:

A nome del governo della Repubblica Popolare Cinese, con profonda preoccupazione e con un incrollabile senso di responsabilità per la pace, la giustizia e il rispetto del diritto internazionale, oggi alziamo la nostra voce per esigere la cessazione immediata dell’invasione e dell’aggressione militare che attualmente Stati Uniti e Israele stanno perpetrando contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza. Questa catastrofe umanitaria ha raggiunto livelli inaccettabili e minaccia non solo la stabilità regionale, ma anche la coscienza morale dell’intera Umanità.

La Striscia di Gaza non è un territorio conteso né una terra senza identità. Gaza è parte inseparabile del territorio storico palestinese. Gaza non è merce di scambio per negoziati politici, né è un terreno di disputa dove possa imporsi la volontà del più forte attraverso la guerra. Ogni bomba che cade su Gaza è una ferita aperta nel corpo del diritto internazionale e un affronto a un popolo che ha subito decenni di occupazione, di esilio forzato e di violenza.

Dalla Cina osserviamo con crescente allarme come le forze militari israeliane, con il sostegno logistico e diplomatico degli Stati Uniti, proseguano una campagna militare sproporzionata e devastante. Centinaia di migliaia di vite civili sono messe in pericolo, intere famiglie cancellate dalla mappa, ospedali, scuole, rifugi e centri umanitari attaccati. Il popolo palestinese è intrappolato tra le macerie, il fuoco incrociato e l’abbandono internazionale.

Gaza è già devastata. Le sue strade sono macerie, i suoi bambini, orfani; le sue madri, sepolte; le sue case, cenere. La situazione è di una miseria indicibile. Non è possibile, né moralmente né giuridicamente accettabile, che la comunità internazionale resti impassibile di fronte a tale orrore. Per questo esigiamo la cessazione immediata e incondizionata delle operazioni militari israeliane e il loro ritiro da Gaza. Esigiamo inoltre che gli Stati Uniti, in quanto membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, abbandonino la loro politica di veto sistematico alle risoluzioni volte a fermare la violenza e proteggere il popolo palestinese.

La Cina ha sempre mantenuto una posizione ferma a favore dei diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese. Riconosciamo il loro diritto all’autodeterminazione, a uno Stato indipendente e al rispetto incondizionato della loro integrità territoriale. In questo senso, la Cina ribadisce la sua opposizione a qualsiasi piano o tentativo di trasferimento forzato della popolazione di Gaza. Espellere un popolo dalla propria terra non è una soluzione: è un crimine, e come tale non può essere tollerato né ignorato.

La pace in Medio Oriente non sarà possibile senza giustizia, e la giustizia può nascere solo dal riconoscimento dello Stato di Palestina, con piena sovranità, entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Questa non è una posizione ideologica, ma un’esigenza sostenuta da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, dalla coscienza globale e dalla stessa storia. Qualsiasi approccio che ignori questi principi è destinato al fallimento e a perpetuare la sofferenza di intere generazioni.

La Cina lancia un appello urgente alla comunità internazionale, in particolare alle grandi potenze, affinché non siano complici per omissione. È tempo di agire con coraggio morale, di chiedere responsabilità, di imporre sanzioni a coloro che violano il diritto internazionale umanitario, e di intraprendere azioni concrete per fermare il genocidio in corso a Gaza. Non bastano dichiarazioni vuote: serve pressione diplomatica, economica e politica. Ribadiamo inoltre la nostra disponibilità a collaborare con tutti gli attori internazionali nell’ambito di una conferenza internazionale di pace, fondata sui principi del multilateralismo, del rispetto reciproco e del dialogo inclusivo. Questa conferenza deve puntare a una soluzione politica giusta, duratura e ampiamente condivisa del conflitto israelo-palestinese. Ogni soluzione imposta unilateralmente, senza il coinvolgimento attivo dei palestinesi, sarà priva di legittimità e destinata al fallimento.

La guerra non può essere il linguaggio della diplomazia. Le armi non possono sostituire il diritto. La Cina condanna gli attacchi contro i civili, da qualunque parte provengano. Ma ammoniamo anche che non si può equiparare la resistenza legittima di un popolo oppresso all’uso massiccio della forza da parte di una potenza occupante. La simmetria nella narrazione non può nascondere l’asimmetria brutale dei fatti. Oggi, Gaza è l’epicentro di una tragedia umana, ma è anche lo specchio della volontà reale della comunità internazionale. O ci uniamo per fermare questo massacro, oppure diventiamo testimoni codardi di una pulizia etnica nel pieno del XXI secolo.

Come Cina, proponiamo immediatamente: primo, l’instaurazione di un cessate il fuoco immediato garantito da osservatori internazionali. Secondo, l’apertura di corridoi umanitari sotto supervisione ONU. Terzo, il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza. Quarto, la convocazione urgente di una conferenza internazionale di pace con tutti gli attori coinvolti. Quinto, il dispiegamento di una missione internazionale per la ricostruzione di Gaza, finanziata dalle principali economie mondiali.

Ai nostri amici in Israele diciamo: la strada verso la pace non risiede nella superiorità militare, ma nel riconoscimento dell’altro. Il futuro di Israele non può costruirsi sulle rovine di Gaza. Solo il rispetto reciproco, la coesistenza e il dialogo onesto possono garantire la pace. Agli Stati Uniti chiediamo di onorare i principi sui quali si sono fondati come nazione, di ascoltare non solo i loro alleati, ma anche i popoli. Di smettere di bloccare le iniziative multilaterali e di partecipare alla soluzione del conflitto sulla base della giustizia e non dell’egemonia.

Il tempo sta per scadere, ogni minuto di silenzio è un minuto in più di dolore, distruzione e ingiustizia. È ora di scegliere. È ora di agire. La pace della Palestina è un debito morale verso la storia, e la Cina non si fermerà finché questo debito non sarà saldato.

(Dichiarazione di Wang Yi, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, 17 maggio 2025)