Fascismo, Nazismo, Destre del XXI secolo. Tre testi per approfondire

Vengono qui presentati tre testi utili a ripercorrere la storia del fascismo e del nazismo “storici” allo scopo di per poter meglio mettere a fuoco l’analisi dell’estrema Destra del XXI secolo; quella che sta prendendo forme governative in molti paesi. La stessa Europa, genitrice di tali fenomeni, ne è in vario modo investita.
È un processo che potremmo datare da almeno un trentennio, emerso però in maniera pervasiva con la crisi della cosiddetta “globalizzazione”, con il fallimento delle cosiddette “guerre al terrorismo”, con l’afflusso in Occidente di masse di immigrati, con la perdita di “sicurezza” e il declassamento sociale non solo di strati del proletariato autoctono ma anche di ampi settori della piccola borghesia.
Se a tutto ciò aggiungiamo la nuova spartizione del mondo, fatta di guerre e riarmo, fattori che spingono gli Stati a provvedere alla propria “difesa”, possiamo già mettere sul tavolo elementi di analisi sufficienti per spiegare il fenomeno del “ritorno” di questa nuova Destra mondiale.
La cosa ci obbliga però, ed è esattamente questo il senso della riproposizione dei tre testi, a scavare nel passato per capire meglio il presente. Dal momento che fascismo e nazismo sono prodotti del capitalismo e frutto delle ideologie borghesi dell’epoca imperialista, nulla viene messo nel cantuccio da parte delle classi dominanti. Anzi, all’occorrenza un tale armamentario viene rispolverato e possibilmente riadattato ai tempi. Tutto sta nell’individuare i tratti comuni del fascismo di ieri con quello dei giorni nostri e per scoprirne meglio le attualizzazioni.
Il mantra “Dio-Patria-Famiglia” ad esempio, trinomio che caratterizza tutt’ora le formazioni e i governi di estrema Destra, va decisamente analizzato per come esso è stato implementato dal fascismo “storico” per vedere meglio come oggi sia declinato nel mondo occidentale: dove dilaga l’indifferenza sostanziale verso la fede, dove la patria è un soggetto attraente solo per piccole minoranze (quando lo è) e dove la famiglia tradizionale è a sua volta ridotta allo sfascio.
E che dire dei miti storici come quello della “Nazione” con la maiuscola? Dello “Stato Etico”?
Dell “Uomo solo al comando”? Della gerarchia sociale? Del corporativismo? Del primatismo bianco? Del populismo spacciato come “volontà popolare”?
Come ricondurre tali aspetti fondanti dell’estrema Destra (anche se di certo non confinabili solo in essa) al razzismo e alla xenofobia istituzionali dei giorni nostri? Al populismo straccione? Al securitarismo (“legge/”ordine”) e alla repressione pianificata sposate col neo-liberismo? Alle guerre di conquista miranti allo sterminio delle popolazioni e ai grossi affari della “ricostruzione”? Quanto la democrazia borghese è diventata (sta diventando sempre di più) “totalitaria” assumendo al suo interno dosi massicce di fascismo?
Alcuni di questi aspetti si trovano in nuce, quando non esplicitamente realizzati, già nel fascismo, nei fascismi, del XX secolo; ed emergono secondo noi con chiarezza negli scritti che riproponiamo:
-“Il fascismo come movimento di massa” scritto negli anni ’30 dal comunista di sinistra tedesco Arthur Rosenberg;
-“Avvento nazista, sconfitta operaia” edito dalla TIR, una analisi delle cause sulla più catastrofica controrivoluzione nel continente europeo;
-“Le metamorfosi della Lega”, edito da Pagine Marxiste, dove si ricollegano i fili del “populismo di destra” dei giorni nostri.
Un percorso che vuole essere solo uno stimolo allo studio e all’impegno militante.
Il FASCISMO COME MOVIMENTO DI MASSA
di Arthur Rosenberg
Rosenberg scrive il libro nel 1934. Il nazismo è al potere da un anno, il fascismo italiano un regime ormai consolidato. L’autore, forte dell’esperienza di militanza nella sinistra comunista tedesca e nell’esecutivo della Terza Internazionale, ci fornisce un’analisi pregnante, sul piano storico, sociale e politico, del populismo di destra del suo tempo, in Italia e in Germania, che risulta oggi di grande attualità.
Testimone dell’occasione rivoluzionaria del primo dopoguerra, colta e tradotta in presa del potere in Russia da parte dei bolscevichi, Rosenberg cerca di spiegare perché il proletariato esca invece sconfitto in Italia e Germania, nonostante l’ampiezza e la forza del movimento di massa espresso in entrambi i paesi. La chiave di lettura che ci consegna a conclusione della sua fatica è che il fascismo è la variante politica adottata dal grande capitale per piegare il movimento operaio in rivolta dopo aver sperimentato la macelleria del primo conflitto mondiale,
Il fascismo “non ha introdotto elementi fondamentalmente nuovi al quadro della moderna lotta di classe”. Nessuna necessità quindi di revisionare il marxismo. Quello che la vittoria del fascismo insegna, se mai, è che il proletariato può vincere “solo attraverso una risoluta offensiva e una chiara consapevolezza dei suoi compiti di classe e mai baloccandosi con nuove mistiche dottrine della gioventù, della piccola borghesia e del Volkstum, adulando i pregiudizi del ceto medio o addirittura accodandosi al liberalismo moribondo o dietro a un conservatorismo benevolo” (p. 115).
Nelle pagine precedenti Rosenberg invita il lettore a non fermarsi a una lettura della ideologia fascista, ma a vederne il carattere di classe (“il fascismo non è altro che una forma moderna di controrivoluzione capitalistico-borghese sotto una maschera popolare” – p. 14). La borghesia utilizza il liberalismo nelle fasi in cui la libera concorrenza corrisponde alle sue esigenze e usa lo squadrismo quando le conviene (“le classi capitalistiche d’Europa non hanno mai esitato ad usare la massima durezza e lo spargimento di sangue di massa ogni volta che il loro potere è stato minacciato dal socialismo o anche solamente da movimenti popolari per la democrazia” – p. 27).
La borghesia usa senza remore la violenza dello stato. I socialisti italiani al contrario fra il 1919 e il 1920, quando l’Italia sembrava sull’orlo della rivoluzione “scelsero naturalmente la peggiore strada possibile: essi si diedero un’apparenza rivoluzionaria, senza esserlo in realtà” (p. 45) “le masse dei lavoratori non avevano precedenti esperienze di lotta rivoluzionaria e la maggior parte dei loro leader non avevano idea di ciò che avrebbero dovuto fare” … ”Apparvero abbastanza radicali da istillare il terror panico nella classe dominante … ma non abbastanza … per sferrare il colpo decisivo”. “La rivoluzione però non è qualcosa che si possa mettere in ghiacciaia. Quando il proletariato lascia passare inutilmente il periodo più favorevole, diventa di fatto vittima del suo nemico”; “l’attività della classe operaia piuttosto che in importanti movimenti politici, si diluì troppo facilmente in lotte salariali minori. (p. 53)
In altri passi Rosenberg liquida come sociologia dilettantesca la tesi per cui Hitler e Mussolini fossero sostenuti dalla “piccola borghesia” (che quindi andrebbe allettata e corteggiata). In realtà secondo lui solo nell’alto medio evo mastri artigiani e piccoli commercianti hanno giocato un ruolo decisivo. In epoca moderna è il grande capitale a scegliere il proprio strumento politico. Mussolini è l’uomo del grande capitale del Nord. Quanto a Hitler, quello che importava era che garantisse al grande capitale un seguito di massa elettorale rappresentato da “contadini e artigiani, impiegati e piccoli rentier”, i cui interessi non furono poi realmente difesi, perché Hitler si impegnò solo “in azioni concrete in favore degli imprenditori e dei grandi proprietari terrieri”. (p. 96)
Sulla cosiddetta “classe media” Rosenberg scrive pagine di estremo interesse. Parte dalla considerazione materialistica che nella società reale “ci sono innumerevoli e impercettibili gradazioni fra la classe media inferiore e il proletariato” e “spesso nella stessa famiglia un fratello è muratore, l’altro è un piccolo impiegato e il terzo è un mastro artigiano”. Questo vale tanto più oggi in cui la società è sempre più articolata e, grazie a un intenso livello di sfruttamento, la classe operaia industriale è quantitativamente ridotta. Ecco allora che si pone il problema di come attrarre alla causa del proletariato questa classe media. E Rosenberg afferma che “in tutti i casi il fattore decisivo è la situazione politica del momento e non le tattiche dei partiti”. “In periodi di profonda crisi sociale gli strati intermedi si schierano con il proletariato, se il partito socialista mostra risolutamente la via della salvezza e della costruzione di una nuova società. Se invece il movimento socialista oscilla e manca di sicurezza, indietreggia di fronte ai compiti della rivoluzione e della ricostruzione sociale è destinato a perdere il sostegno di queste classi”. (p. 51)
Nell’edizione del 2019 il testo di Rosenberg è accompagnato da una corposa postfazione di Graziano Giusti (Anatomia del populismo fascista) che approfondisce le responsabilità del riformismo nella mancata rivoluzione degli anni ’20 e analizza le ideologie di cui si nutre il populismo fascista, ideologie variabili perché legate al contesto storico dei diversi paesi. Per cui mentre in Germania l’asse ideologico centrale è stato l’antisemitismo, la purezza della razza, in altri paesi è stato la difesa dell’eredità cristiana e dei valori occidentali (come oggi nel populismo trumpiano).
AVVENTO NAZISTA SCONFITTA OPERAIA
A cura di Graziano Giusti – Tendenza Internazionalista rivoluzionaria
Con questa pubblicazione nel 2021 si è voluto arricchire la riflessione sul populismo di destra, iniziata con il libro sulla Lega e proseguito con la pubblicazione dello scritto di Rosenberg.
Per i più giovani il nazismo richiama l’antisemitismo e i campi di sterminio e poco altro. Per i comunisti è una lezione storica imprescindibile per capire perché in Germania, a fronte di un ventennio di crisi profonda fra le due guerre, la classe operaia tedesca, numerosa, organizzata e combattiva non approdi alla rivoluzione ma anzi diventi in parte terreno di conquista politica da parte del nazismo. Il nazismo è lo strumento politico che l’imperialismo tedesco si dà in quel contesto storico e che ha come esito il riarmo e la guerra. Capire come questo avvenga è di fondamentale importanza per noi in un contesto storico certo diverso (la storia non si ripete mai uguale), ma in cui il populismo di destra, il riarmo e quindi la guerra si delineano come una potenziale deriva dell’imperialismo occidentale.
La sconfitta dell’ipotesi rivoluzionaria in Germania è centrale nella serie di sconfitte di quel periodo per il proletariato, provoca conseguenze drammatiche, come e più del primo conflitto mondiale: “l’eliminazione fisica non solo dei militanti operai e rivoluzionari, ma di parti consistenti dell’intera classe” e last but non least pone le basi per la controrivoluzione staliniana (p.14).
In questo processo, ovviamente, gioca un ruolo importante la violenza di cui sono pregne le frazioni borghesi e la forza repressiva che possono esprimere. Ma sarebbe sbagliato sottacere o ridimensionare il ruolo determinante da un lato della socialdemocrazia tedesca (SPD e USPD), dall’altro delle organizzazioni di sinistra che le si contrappongono. La socialdemocrazia ha “un ruolo di primo piano nel contenimento, deviazione e repressione dei moti rivoluzionari […] Guarda alle potenze capitalistiche d’Occidente, conduce una politica di inserimento delle organizzazioni sindacali dentro i meccanismi del profitto e della produttività d’impresa” (p. 16), ottenendo nel contempo alcune misure sociali. Fino all’ultimo i socialdemocratici pensano di poter contrattare con lo stato borghese, anche nella versione nazista, perché “i riformisti della SPD temevano più la rivoluzione dei nazisti” (p. 129). Dal canto loro, gli stalinisti della KPD guidarono gli scontri di piazza, ma videro il nemico principale nella socialdemocrazia, in quanto filo-occidentale, seguirono passivamente gli zig zag della politica estera di Mosca, cavalcando in parte un ambiguo nazionalismo populista e sottovalutando il pericolo della diffusione dell’ideologia nazista fra gli stessi operai.
Il libro quindi esamina con grande attenzione le lacune, gli errori del nostro fronte, della nostra classe in un frangente drammatico di cui si deve cogliere la lezione per il futuro, perché “non crediamo che ci sia il nazismo alle porte e che quelle esperienze siano riproducibili con la carta carbone. Crediamo piuttosto che non ci sia molto tempo da perdere per preparare un partito rivoluzionario internazionalista e internazionale… per indicare agli sfruttati di tutto il mondo una chiara via d’uscita dalla crisi” (p. 131). Confermiamo: la storia non si ripete mai uguale, ma proprio gli avvenimenti recenti da Gaza all’Ucraina ci dimostrano che il ventre che partorì l’efferata violenza d’allora è ancora gravido.
Non essendo possibile citare tutto il corposo contributo del libro, ci limiteremo ad alcuni passi significativi. Giusti sottolinea che, dopo la crisi del ’29, aderiscono al nazismo operai disoccupati o sottooccupati, marginali, maschi e molto giovani, che vivono nei piccoli centri della provincia (Berlino e la Ruhr resteranno saldamente in mano alla sinistra fino alla presa del potere). Ma ancora nel 1930 gli iscritti operai al partito nazista (NSDAP) sono solo 75 mila, il seguito nazista è forte soprattutto fra la piccola borghesia commerciale e agricola; ma gli operai sono numerosi nelle SA, che additano a proletariato e piccola borghesia il nemico profittatore nella grande finanza e nei monopoli (quelle stesse SA che Hitler eliminerà nella “notte dei lunghi coltelli”).
Nel ‘32, quando gli effetti della crisi del ’29 raggiungono il picco, in Germania ci sono 7 milioni di disoccupati; solo un decimo riceve sussidi a garantire la sopravvivenza. Sarebbe naturale che questi disoccupati venissero rappresentati e organizzati dai partiti “di sinistra”. Fra i 25 milioni di salariati aventi diritto al voto, la metà vota ancora a sinistra. Gli operai qualificati, quelli che il posto se lo sono conservato nonostante la crisi, aderiscono per lo più alla SPD, che offre loro casse di Mutuo soccorso, scuole, biblioteche e crede nel valore della “stabilità statale”. La socialdemocrazia “è un partito della borghesia tedesca a base di massa operaia e piccolo borghese insieme”. “187 quotidiani, con 1.180.000 sottoscrittori e 1 milione di iscritti”. Un apparato burocratico mastodontico, in cui sono “promossi” migliaia di funzionari tutti di origine operaia. “Un’enorme macchina: non da guerra di classe, ma di conservazione sociale sotto la bandiera della “Costituzione più bella del mondo”, quella di Weimar” (ndr). Un concetto che sta benissimo in bocca a un quadro della SPD oggi. Ma la vera “cinghia di trasmissione del partito è la centrale sindacale ADGB, forte nei grandi apparati industriali. I sindacati hanno una compartecipazione alla gestione aziendale delle imprese con più di 50 addetti. Nel ’29 hanno un bilancio di circa 250 milioni di marchi, sono cioè un vero comitato d’affari che prepara il passaggio dei migliori sindacalisti agli scranni parlamentari (p. 60) e va da sé che i migliori sono quelli che chiedono miglioramenti salariali, ma compatibili con i bisogni delle aziende. Sono personaggi di una certa età, “arrivati” (il classico bonzo sindacale), che sono poco sensibili ai problemi dei disoccupati e dei sottooccupati e soprattutto sono formati in un feroce anticomunismo e ostili a qualsiasi collaborazione con essi. I quadri SPD predicano la pazienza in attesa che la situazione economica migliori e perdono via via iscritti fra i giovani (solo il 7,8% degli iscritti ha meno di 25 anni).
Storia diversa per la KPD, composta alla fine degli anni ‘20 in prevalenza da giovani disoccupati, di recente adesione, con scarsa esperienza sia sindacale che politica (p. 62). La KPD è un partito relativamente recente, nasce nel 1919 (e perde subito i suoi dirigenti più importanti, Luxemburg e Liebnecht, assassinati), “attraversa una catena di rivoluzioni mancate, colpi di Stato, putsch, colpi di mano, ribaltamenti interni, scissioni”. Sempre sotto il ferreo controllo del Comintern che impone l’adeguamento a indicazioni politiche ondivaghe e contradditorie al servizio degli interessi dello stato russo. Ad esempio nel ’23 (crisi della Ruhr) Karl Radek, che interviene a nome della III Internazionale, lancia la tattica del nazional-bolscevismo, cioè “la necessità dell’unione fra comunisti e nazionalisti per la liberazione del popolo tedesco” contro il trattato di Versailles (p.33-34), con l’idea di spaccare la destra e attirarne dei quadri. Arriverà poi l’indicazione per un Fronte Unico (complicato in Germania viste le responsabilità socialdemocratiche nella repressione dei comunisti) e, con seguito, al polo opposto, la tesi del “socialfascismo” (pp. 63-64). Inoltre gli iscritti SPD abbandonano il sindacato socialdemocratico e fondano un proprio sindacato, teorizzando che i lavoratori non organizzati sono i più rivoluzionari. La KPD in realtà deve affrontare una situazione in cui gli iscritti sono estremamente fluttuanti. Ad es. nel 1930 il partito ha 133mila iscritti a gennaio, nel corso dell’anno recupera altri 143mila iscritti, ma ne perde 95mila. Alla fine del ’31 i disoccupati sono il 78%, che diventano l’85% nell’aprile del ’32. Un conto è un partito che riesce a tutelare e organizzare i disoccupati, un conto è un partito composto dagli elementi più fragili, più disperati, molto giovani, privi di esperienza e di cultura politica (p. 62). Il partito fatica a “leggere” la realtà sociale, in fondo si culla nell’illusione che la crisi economica del capitale produca automaticamente una rivoluzione comunista. Il libro si occupa anche delle formazioni comuniste e anarchiche (KAPD, IKD, Faud e Shutzformationen – pp. 66-67) che cercarono di resistere, con coraggio e determinazione, come la KPD del resto, anche militarmente agli attacchi coordinati di squadracce naziste e stato, ma furono sopraffatte.
Il diverso esito in Germania rispetto alla Russia, conclude Giusti, fu dovuto non solo alle carenze soggettive e alla disunione di chi organizzava la classe, ma a una diversa caratteristica del nemico di classe. In Russia fu l’apparato statale assieme allo zarismo a decomporsi, sia pure mostrando i denti nella guerra civile. In Germania entra in crisi la Repubblica di Weimar (cioè l’involucro politico), ma non lo stato tedesco, cioè il braccio armato del capitalismo tedesco (pag.71-72). Nemmeno Trotskij mise a fuoco questo aspetto.
Una riflessione complessa, ma imprescindibile da fare nostra.
Una buona metà del libro comunque è dedicata al nazismo come regime e a come organizzò il controllo della classe operaia nei sei anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Perché nonostante lo scioglimento dei sindacati liberi e la confisca dei loro beni nel maggio 1933, nonostante gli arresti e l’invio nei lager dei “facinorosi”, la crisi persisteva e la classe, sia pure più debolmente e sporadicamente, continuò a lottare. Una statistica relativa al ’36-’37 ci parla di 200 scioperi con 11.687 arresti e 3228 condanne (p. 76).
Fino al giugno del ’34, quando con la notte “dei lunghi coltelli” le SA furono eliminate, e anche negli anni successivi il partito nazista conduce una politica di mediazione fra le frazioni borghesi; il proletariato era ovviamente escluso, anche se si continuò nella politica di sussidi e assistenza più o meno efficace che però consentiva allo Stato la “schedatura” dei possibili ribelli. Rispetto all’eccessiva capacità produttiva a fronte di sbocchi di mercato inadeguati, e la conseguente persistente disoccupazione, la soluzione adottata dal ministro dell’Economia Schacht fino al ‘37 fu una ripresa che aveva come volano l’aumento della spesa pubblica e del deficit spending (una ricetta non difforme da quella del New Deal di Roosevelt).
Larghi settori della grande industria e della finanzia erano ancora contrari a una politica di riarmo che avrebbe significato la rottura col capitale angloamericano. Solo nel ’36 i nazisti riuscirono a imporlo e l’esito finale non poteva essere che una guerra di conquista e di rapina che ripianasse il mastodontico debito. Nel ’37 i disoccupati si sono finalmente ridotti a 4,5 milioni, grazie a un imponente piano di opere pubbliche, dalle infrastrutture al riarmo. Contemporaneamente i salari vengono ridotti, come anche le spese su scuola e sanità. Le donne vengono massicciamente espulse dalla forza lavoro e trasformate in casalinghe forzate. La quota di reddito da lavoro sul totale crolla (recupera in parte solo nel ’38, nell’imminenza della guerra). Giusti sintetizza la ricetta del miracolo economico nazista in “deficit spending forsennato e dissennato, sfruttamento estensivo e intensivo della forza lavoro, più dura repressione del movimento operaio”.
Per i più poveri scattano interventi riequilibratori come i prestiti senza interesse per chi si sposa, contributi per l’istruzione dei figli e più consistenti assegni familiare (e più tasse invece per scapoli e coniugi senza figli). Ma a fronte di “una classe operaia senza prospettiva politica propria, scatta facilmente il meccanismo – meglio un lavoro peggio pagato e ricattato che nessun lavoro”.
Nel ’39, grazie al richiamo alle armi di un milione di giovani si raggiunge la piena occupazione. Per far fronte alle spese di guerra si tassa pesantemente la piccola e media borghesia, mentre i profitti di banche e grandi industrie schizzano alle stelle.
Complessivamente le famiglie tedesche nel periodo bellico videro ridursi il loro reddito al 72,8% di quello in tempo di pace, ma quello delle famiglie di Gran Bretagna e Usa si ridusse dal 38,1% al 36,7% (p. 93). Questo grazie alla rapina economica dei paesi conquistati e alla forza lavoro straniera sfruttata senza pietà a costo zero.
E qui si colloca l’analisi della Shoah e in generale dei lager nazisti (in cui morirono anche prigionieri di guerra, resistenti ecc.) nell’ambito della logica “imperialistica” del nazismo in guerra. I lager possono anche essere visti come il risultato del piano di un pazzo sadico, ma in realtà furono unità produttive “ideali” dal punto di vista capitalistico, con una forza lavoro “a perdere” che quando non poteva più produrre, veniva utilizzata fin nella pelle, nei denti e nei capelli … Nel ‘41 lavoravano nei lager 1,5 milioni di civili stranieri e 1,3 prigionieri di guerra dell’Est europeo. Il tasso di mortalità era di 10 mila al giorno. Dei 3,3 milioni di soldati russi catturati nel ’41, due milioni erano già morti nel febbraio del ‘42. Tutte le grandi aziende tedesche partecipano al festino! Tutte sono ancora esistenti e prospere. Durante la guerra, mentre a Leningrado 1 milione di persone morì letteralmente di fame, sulle mense tedesche non mancò mai il necessario (pp. 98-99).
Se questa era la “base materiale dell’adesione delle masse anche operaie al nazismo in tempo di guerra, non va sottovalutata la “motivazione ideologica” che conquistò migliaia di giovani e che non è molto differente dalle tematiche agitate oggi dal populismo di destra. Già nel ’36 Hitler aveva tracciato la linea: “in questo momento di rivoluzione internazionale, potete contare su una cosa: il popolo tedesco resterà padrone in casa propria! E non cederà al soviettismo giudeo-bolscevico”.
Con Stalin, Hitler formò un proficuo per lui patto di non aggressione, ma la idea maestra è sempre stata l’equiparazione dell’ebreo al comunista, entrambi sovversivi e da sopprimere. (p. 105)
Segnaliamo come particolarmente importanti in una ottica di classe applicata all’oggi le considerazioni finali, da p. 125.
LE METAMORFOSI DELLA LEGA
Pagine Marxiste – sett. 2020
Il volume si occupa dell’analisi di un partito (la Lega) che in quel periodo (2018-’20) sembrava destinato a diventare la locomotiva del Centro-Destra italiano, a seguito del successo elettorale alle elezioni europee del 2018, che vedono la Lega Salvini Premier ottenere quasi il 35% dei voti.
Lo stesso Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno del governo Conte I nella coalizione giallo-verde, sarà di lì a poco travolto dall’azzardo del “Papete”. Dopo il quale, col Conte II, darà inizio alla rapida discesa del suo partito, tale da ricollocarlo a fanalino di coda del Centro-Destra. Un peso elettorale che riporta il Carroccio ai livelli della crisi di inizio secolo, relativa al periodo del trapasso da Bossi a Maroni, quindi all’“astro nascente” Salvini.
Ma al di là di questo, ci sembra interessante riproporre l’analisi delle “metamorfosi” della Lega perché in esse è contenuto un percorso di radicalizzazione e di espansione della Destra in Italia ricollegabile per sommi capi allo stesso processo che, prendendo slancio dal trumpismo, sta ora diffondendosi in Europa e nel mondo.
Potremmo anzi dire che per certi versi, meno eclatanti ma non meno significativi, si può meglio comprendere l’ascesa della Destra internazionale e delle sue ideologie (pure dei suoi rituali e dei suoi linguaggi) proprio analizzando molecolarmente – cosa che si sforza di fare il libro – come e perché sia avvenuta la diffusione del virus.
La Lega nasce su un filone autonomista, federalista, ad alto contenuto localistico; in un momento (anni ’80 del secolo scorso) in cui il sistema politico italiano comincia a traballare di fronte ai movimenti tellurici che investono i rapporti internazionali e il vecchio bipartitismo italiano.
È un movimento inizialmente di difesa da parte di una piccola e media borghesia delle province del Nord (le più ricche del paese) che si sente schiacciata dal processo in corso di unificazione europea (il Trattato Maastricht è del febbraio 1992).
Il crollo del Muro (1989), l’implosione dell’URSS (1991) e infine Tangentopoli (1992) fanno il resto. Finiscono tutti i partiti della I Repubblica, eccetto appunto la Lega, che si caratterizza come formazione “anti-ideologica”, “anti-centralista”, “anti-meridionale” (addossando tutti i “mali” del sistema alla corruzione e al “parassitismo” di “Roma-Ladrona” e del Sud). Furoreggia il suo slogan anti-tasse (“ognuno si tenga a casa propria i “suoi” soldi”), nel mentre esponenti dell’estrema destra cominciano a penetrare al suo interno; convinti di poter condizionare pesantemente il movimento (nelle sue variegate forme regionali) alla più generale catarsi “antimondialista”, “antimultirazziale”, “comunitaria e identitaria” (sangue e suolo) che dovrebbe secondo loro rigenerare il fascismo del XXI secolo. Sono segnali significativi.
Non tutto però fila per il meglio (siamo negli anni ’90), perché la Lega si trova schiacciata tra l’astro nascente berlusconiano e la riciclata destra sociale a base sudista di Gianfranco Fini (AN-Alleanza Nazionale, da dove uscirà, tanto per dire, Giorgia Meloni).
Nell’alternanza governativa tra il Centro-Destra a trazione berlusconiana e il Centro-Sinistra prodiano, la Lega cerca e trova una sua più precisa collocazione “nazionale” (rimanendo comunque sostanzialmente un partito “nordista”) di fronte a tre grandi eventi che segnano il passaggio di secolo: 1) il tribolato processo di Unione europea (dove il partito si colloca criticamente verso la moneta unica e il “centralismo” di Bruxelles); 2) l’esplodere in Italia della immigrazione di massa (in particolare arabofona, nettamente avversata dalla Lega in quanto “inquinatrice” dei valori occidentali e foriera di criminalità diffusa); 3) lo scoppio delle guerre condotte dall’ imperialismo occidentale (USA in testa) a seguito dell’attacco alle torri gemelle di New York (11 settembre 2001).
Se rispetto ai due primi eventi la Lega assume un atteggiamento di arroccamento e di chiusura, lisciando il pelo a una classe media sempre più impaurita, ingannando settori di proletariato dispersi e delusi da una sinistra sempre più puntello del sistema (dentro un quadro di netto calo delle lotte, non dimentichiamolo)…nei confronti delle “nuove” guerre del XXI secolo (Iraq, Afghanistan, Libia, fino ad arrivare ai giorni nostri), quelle che aprono l’era del declino occidentale, la posizione del partito è ondivaga. Mal di pancia che si riprodurranno fino ai giorni nostri.
Si vanno infatti delineando (e il libro cerca di documentarli) nuovi approcci internazionali utili al baricentro padano, di cui la Lega cerca di farsi interprete (e su cui anche si divide). Un baricentro che la Lega vorrebbe fare ruotare a 360° gradi, come dimostrò il suo appoggio (2019, governo Conte I) alla cinese “via della Seta”, poi rinnegato.
Se l’UE rimane pur sempre uno sbocco ineludibile per l’export e per la finanza (in barba al massimalismo parolaio dei leghisti contro i “grandi patrimoni” che foraggiano gli “euroburocrati”), si cercano e si trovano altre sponde in cui inserire cordate “amiche” facenti parte invariabilmente della stessa famiglia imperialista: quella mediterranea (riesumata dopo gli storici approcci demo-socialisti), e quella dell’Europa dell’Est (Russia in primis); diventata quest’ultima un crocevia di affarismo dopo il crollo dell’URSS e del suo impero.
Qui si inserirà l’azione dell’“Internazionale Nera”, costituita da intellettuali della destra estrema o rosso-bruni, ex funzionari del passato regime, oligarchi, imprenditori emergenti, patriarchi, filosofi, avventurieri politici, affaristi dell’ultima ora…accumunati politicamente dalla volontà di costruire un “polo”, imperniato su Mosca, che faccia da controspinta alla tendenza opposta proveniente da Washington e Bruxelles.
Prima però la Lega cercherà un accreditamento (contrastato, come per tutto il Centro-Destra) verso il Vaticano, impugnando, come titola un capitolo del libro, “la croce come una clava” …
La cosa avrà un certo ritorno di consensi e di appoggi sui temi bioetici, su quelli della famiglia, della scuola, della preservazione dei “valori cristiani” nei confronti dell’“invasione islamica”, ma non potrà mai sfondare del tutto verso quella “proiezione universalistica” (corredata di opere di assistenza, di missioni, di proselitismo fattivo) che caratterizza l’intero cattolicesimo.
Con il papato di Francesco gli approcci diventano ancora di più problematici. Sarà comunque un’esperienza ugualmente utile alla Lega su come utilizzare la religione per la propaganda politica.
I tratti identitari “forti”, meglio se a sfondo spirituale, anzi mistico, diventano materiale prezioso per motivare e mobilitare il popolo di destra. Dalle ampolle sul Po e dai Celti di Bossi si passerà così ai rosari, ai santini e alle “visioni” di Salvini (perfezionati dal cliché della “madre, cristiana, italiana”, usato in seguito dalla Meloni).
Contestualmente a tali esperimenti la Lega deve però superare una fase di profonda crisi interna dovuta al fatto che Berlusconi, dopo la rottura con Fini, si mangia gran parte di A.N. ricacciando indietro le pretese “espansive” del partito di Bossi. Quest’ultimo, travolto anche dagli scandali che investono i familiari, deve cedere il timone a Maroni; il quale a sua volta fa da traghettatore al pur detestato Matteo Salvini. Il periodo cupo è tra il 2008 e il 2012.
Con la caduta “europea” di Berlusconi si riaprono però gli spazi per la Lega; che ha avuto l’avvertenza di non appoggiare il governo “tecnico” del banchiere Mario Monti (e la relativa legge capestro sulle pensioni della Fornero). Così come farà nei confronti della nouvelle vague Matteo Renzi, preceduto e seguito dai governicchi filo-UE di Enrico Letta e Paolo Gentiloni, tutti targati PD.
La Lega, pur ridotta ai minimi termini, è un organismo ormai collaudato (retto da ex ministri, da sperimentati amministratori locali, sostenuto dagli agganci col mondo produttivo del Nord, animato da militanti ottusi quanto fideisti, radicato sul territorio). Per cui può ripartire alla grande quando vede maturare tutte le difficoltà dell’UE esplose con la Brexit (2016). Il tutto dentro un inasprimento della crisi finanziaria del 2007-’08 e l’innalzarsi vertiginoso delle tensioni internazionali. Le quali a loro volta fanno da volano alla tendenza al rafforzamento dei movimenti e poi all’affermazione dei governi di Destra alla guida di paesi non più “marginali”.
Se nel primo decennio di questo secolo potevano essere considerati “secondari” esecutivi come quello di Orban in Ungheria, ora la diffusione del virus xenofobo, razzista, nazionalista, o sovranista che dir si voglia, attraversa un po’ tutto l’Occidente, attestandosi ai vertici degli USA (Trump I e II), dell’Europa dell’Est e dei Paesi Baltici. Nonché dell’Italia e della Grecia.
La Lega si è ben inserita in questo trend, attraverso una lunga marcia piena di metamorfosi che la portano a passare dallo slogan “Prima i lumbard” a “Prima il Nord” fino ad approdare a “Prima gli Italiani”. Targato Salvini…Sfacciatamente, come sfacciato è il percorso di tutte queste formazioni, i cui “alti ideali” confluiscono immancabilmente nel mantenimento dello “status quo”.
In qualche maniera – “nazionalizzandosi” – la Lega ha cercato di capitalizzare (devolution, autonomie regionali, favori alle piccole imprese, evasione a gogò) tutto il raccolto accumulato in patria e all’estero (Russia, Est Europa, USA). Con non molto successo a dire il vero, punto dolente per Salvini, nei confronti della Casa Bianca. Per non parlare delle turbative periodiche dei suoi “colonnelli”, gelosi delle loro turbo-regioni; al punto che nel libro riteniamo più corretto parlare di “Leghe”.
Al di là delle sue attuali disavventure elettorali (azzardo della sua penetrazione al Sud, pegno a una inadeguatezza sulla politica estera dei gruppi dirigenti, troppi “galli nel pollaio” che Salvini non è riuscito a domare, contraddizioni della “carta Vannacci”), la Lega ha comunque costituito un punto di riferimento per la maturazione di una Destra di governo italiana dichiaratamente anti-proletaria, razzista, sessista e xenofoba. Sostanzialmente imperialista e neo-colonialista a tutto tondo, a sfondo populista. La quale oggi, di fronte alla corsa al riarmo, usa gretta demagogia “popolar-pacifista” in senso anti-UE nel mentre sponsorizza le industrie belliche di casa propria, predica la guerra interna, si fa paladina delle più schifose campagne securitarie e anti-immigrati, seguendo pedissequamente il modello Trump.
Tutte caratteristiche – queste – smascherate nel libro: con dovizia di particolari, di personaggi, e con richiami ai padri putativi dell’estrema destra europea, a cui subdolamente si sono ispirati e si ispirano i dirigenti della Lega.
Completano il volume una Postfazione su “La Lega nel tempo del Coronavirus” e un piccolo, facilmente consultabile “Vademecum anti-leghista, cioè anti-capitalista” dove, molto sinteticamente si elencano polemicamente alcuni “tratti identitari” agitati dalla Lega, ribaltati da noi in termini di principi di lotta e di prospettiva comunista.
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