Il governo Meloni dà il via libera ai furti sui salari, di Roberto Luzzi

In questi anni di bassa conflittualità dei lavoratori salariati (con l’esclusione della logistica e del trasporto pubblico) buona parte delle vertenze salariali, individuali e collettive, avviene sul terreno legale, attraverso le cause per il recupero di differenze retributive da parte dei sindacati, tramite avvocati specializzati in questo campo.

Queste vertenze si possono concludere prima di arrivare in tribunale con le conciliazioni “tombali” nelle quali, in cambio del pagamento di una somma pattuita, il lavoratore rinuncia a promuovere la causa legale. Oppure, se non c’è un accordo, sarà un giudice del Tribunale del Lavoro a decidere se al lavoratore non è stato corrisposto l’intero salario cui aveva diritto, e in caso positivo, sarà lo stesso giudice a stabilire l’importo dovuto.

Ora, il governo Meloni intende intervenire in questo campo a sostegno delle imprese che non pagano ai lavoratori quanto dovuto, introducendo nel DDL n. 1561 (decreto ILVA) un articolo 9bis, volto a ridurre le possibilità dei lavoratori di rivendicare il pagamento delle quote di salario sottratte. In altre parole: nella giungla del mercato del lavoro italiano, il governo assicura ai padroni una ancora più ampia libertà di rubare ai lavoratori.

Non ci riferiamo al “normale” furto del pluslavoro, che sta alla base di ogni società capitalistica, ossia al fatto che al lavoratore non viene pagato il valore creato durante il processo produttivo, ma soltanto un salario che gli permetta di vivere, mentre il padrone si appropria di tutto il valore creato in più dal lavoratore, ossia il “plusvalore”, come scoperto da Marx, che chiama questo processo “sfruttamento”. Ci riferiamo qui al fatto che i padroni sempre più spesso pagano ancora meno di quello che dovrebbe essere il normale salario stabilito dalle leggi e dai contratti nazionali di categoria “più rappresentativi”: o adottando “contratti pirata” al ribasso, firmati con sindacati compiacenti, o semplicemente truffando: non pagando le ore straordinarie, pagando un part-time di 20 ore a chi ne lavora 40, non pagando gli istituti contrattuali (13ma, 14ma, ferie, permessi, TFR), ecc.

La legge, in conformità alla Costituzione, considera legittimo il normale sfruttamento (senza di esso i capitalisti non potrebbero arricchirsi, e il sistema capitalistico non potrebbe funzionare), ma rispetto a questi frequenti furti di salario prevede che il lavoratore possa recuperarli facendo causa al padrone tramite il sindacato e un avvocato del lavoro. L’articolo 9 bis che il governo ha nascosto dentro il “decreto ILVA”, ha lo scopo di limitare la possibilità di recuperare il salario rubato. Ossia è volto a proteggere i ladri di salario.

Del resto, non ci si poteva aspettare altro da un governo dei padroni, che come ministro del Lavoro ha nominato Marina Elvira Calderone, già presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, ossia di coloro che emettono le buste paga su indicazione delle aziende – quelle corrette quanto quelle truffaldine. E’ come mettere la volpe a guardia del pollaio. Qualche ingenuo avrebbe potuto pensare che la ministra (che ha passato l’incarico di presidente dei consulenti del lavoro al marito…), una volta al governo, inserisse un “articolo 9 bis” per espellere dall’albo dei consulenti del lavoro tutti quelli che fanno buste paga false a danno dei lavoratori. Invece no. Che fa? Fa inserire un articolo che:

1) In caso di applicazione di contratti pirata che pagano salari insufficienti per vivere (anche CGIL, CISL e UIL, comunque, ne hanno firmati, ad es. i Servizi fiduciari per le guardie giurate, euro 5,40 lordi all’ora), non permette di recuperare quanto rubato nel passato, ma solo di regolarizzare il futuro. Chi ha rubato non deve restituire il maltolto, ma se lo tiene!

2) nel caso di CCNL regolari, il nuovo articolo di legge non permette di chiedere la restituzione di quanto il padrone ha rubato prima degli ultimi 5 anni, anche se è ancora in corso il rapporto di lavoro. In questo modo il governo vuole annullare alcune sentenze della Cassazione che hanno sancito il diritto di un lavoratore/lavoratrice di poter attendere anche anni prima di rivendicare le differenze, dal momento che è ricattabile con la minaccia di licenziamento – infatti il Jobs Act ha abolito nel 2015 il diritto di reintegra (l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori). Con la nuova norma, se il padrone ti ruba quote di salario – per esempio – da 20 anni, potrai richiedere solo quelle relative agli ultimi 5 anni

3) Inoltre, da quando fa la richiesta all’azienda, il lavoratore avrebbe tempo solo sei mesi per presentare il ricorso legale. In gran parte dei casi questo significa che il lavoratore deve far causa all’azienda mentre è ancora dipendente, quindi sotto il ricatto del licenziamento, altrimenti perde il diritto a rivendicare gli arretrati.

Le nuove norme, contestate da molti giuristi come incostituzionali, equivalgono a dire che i padroni che rubano ai lavoratori lo possono fare tranquillamente, perché se mai saranno chiamati a restituire il maltolto, o la faranno franca, o dovranno restituire solo una piccola parte.

Come dire: padroni (chiamarli “imprenditori” sarebbe davvero esagerato…) rubate tranquillamente ai lavoratori quanto volete, perché il peggio che vi può capitare è di restituire una piccola parte della refurtiva. Il resto rimarrà nelle vostre tasche. Quale padrone può rifiutare un invito del genere? Se l’articolo 9bis passasse, vedremmo estendersi ulteriormente i furti sul salario, ora diffusi soprattutto negli appalti della logistica e dell’industria, nella ristorazione e nel turismo. E si abbasserebbe ulteriormente il livello dei salari di fatto in Italia, che già sono diminuiti negli ultimi 30 anni, unici in Europa.

Le organizzazioni dei lavoratori devono opporsi con decisione, anche con azioni di lotta, a questo tentativo furtivo del Governo Meloni di agevolare i furti (aggiuntivi) sui salari!