
Il vertice di ferragosto in Alaska fra Trump e Putin e il successivo incontro a Washington fra una delegazione di “volenterosi”, il presidente USA e Zelensky ha rilanciato l’ipotesi dell’avvio di un “processo di pace” per mettere fine alla guerra in Ucraina.
Tuttavia, a leggere la marea di dichiarazioni, prese di posizione ufficiali, commenti ufficiosi fatti filtrare più o meno ad arte, in cui ciascuno smentisce il precedente, lo relativizza, avanza precondizioni affinché la via d’uscita dal conflitto si concretizzi, sottolinea la necessità che le varie tappe siano “preparate con la massima attenzione” e via dicendo, si comprende che la parola “pace” ha ben poco a che vedere con quanto sta accadendo. Sia chiaro: da marxisti, sappiamo bene che una pace fra potenze imperialiste sarà sempre basata sulla legge del più forte, sullo sfruttamento da parte del capitale, sull’oppressione della massa dei proletari e quindi sarà caratterizzata dalle stesse infamie che hanno generato la guerra.
Ribadita questa elementare verità, è però opportuno sottolineare che qui non è in ballo neppure una siffatta pace capitalistica, cioè una stabile ridefinizione della situazione geopolitica che prenda atto dei rapporti di forza sul campo fra NATO e Russia. L’ipotesi, per altro sempre più aleatoria, di cui si discute riguarda al più una tregua, una temporanea cessazione delle operazioni belliche di cui entrambi gli schieramenti avvertono probabilmente la necessità. Non dimentichiamo che il conflitto in corso, oltre a devastazioni materiali di ogni tipo, continua ad essere una fornace spaventosa che ha già consumato le vite di centinaia di migliaia di proletari ucraini e russi. Giorni fa, abbiamo riportato stime, da prendere certo con cautela per il probabile inquinamento delle opposte propagande di guerra, che stimano un ordine di grandezza, fra morti e feriti di entrambi i fronti, superiore al milione (*).
In attesa cha la fitta cortina fumogena innalzata dai governi si diradi, cerchiamo quindi di riepilogare alcuni elementi di fondo affogati nella martellante campagna politico-mediatica che, da questo lato dello schieramento imperialistico, è tutta concentrata nel sostenere con “nobili” argomenti (“i nostri valori”, “il diritto internazionale”, “l’autodeterminazione dell’Ucraina”…) l’iniziativa di guerra della NATO. Nel frattempo, il ministro degli esteri russo nega addirittura che in Alaska si sia parlato di un possibile faccia a faccia Putin-Zelensky, Putin, nella dichiarazione ufficiale, tratta la guerra in Ucraina come un semplice capitolo delle relazioni con Washington, mentre Vance continua a sottolineare le concessioni di Mosca, che costituirebbero la base di un possibile accordo di pace. Nelle prossime settimane, si vedrà quanto degli sbandierati progressi verso la fine del conflitto erano solo chiacchiere e quanto tentativi reali di negoziare un armistizio. Per adesso, concentriamoci su alcuni punti fermi.
I rapporti di forza sul campo di battaglia
Militarmente, la guerra vede Mosca in netto vantaggio. Per quante difficoltà abbia incontrato nell’incrementare l’occupazione del territorio ucraino, di cui controlla all’incirca il venti per cento, la Russia ha ormai saldamente in mano i distretti orientali ucraini, che costituiscono una cintura protettiva lungo tutto il suo confine. Nonostante le massicce forniture belliche, l’esercito di Kiev non è in grado di rovesciare la situazione e controlla l’avanzata russa con grande difficoltà e ingenti perdite umane. È la conseguenza della maggiore potenza di fuoco della Russia e del suo dominio dei cieli, che permette il bombardamento sistematico delle retrovie e rende estremamente difficile la rapida evacuazione dal fronte dei feriti per poterli salvare.
Entrambi i contendenti hanno crescenti problemi di reclutamento per rimpiazzare le perdite, ma il retroterra demografico russo permette un rifornimento di uomini molto superiore, mentre per Kiev alimentare il fronte è sempre più problematico. Sul campo, la bilancia pende dunque a favore della Russia. A poco valgono le argomentazioni degli oppositori di Putin legati all’imperialismo occidentale, come Khodorkovsky, che sottolinea le difficoltà future del regime russo nel gestire le conquiste territoriali: considerazioni che hanno pure un fondamento reale, ma non impattano sulla situazione immediata. Per di più, il Donbass, controllato da Mosca per tre quarti, è notoriamente fra i più ricchi di risorse minerarie e anche fra i più produttivi dal punto di vista agricolo. Certo, metterlo a frutto dopo le devastazioni belliche, la distruzione di impianti industriali e di infrastrutture non sarà cosa da poco, ma questo non annulla la sua importanza e, al di là delle fondamentali considerazioni di carattere geopolitico, costituisce comunque un bottino non irrilevante per la Russia.
È possibile che l’offensiva militare russa nel febbraio 2022 sia stata concepita come un’operazione destinata a durare meno e ottenere risultati più ambiziosi (un cambio di regime a Kiev e un arretramento della linea di contatto con il dispositivo NATO). Se fosse vero, ne uscirebbe confermata la tesi che, per quanto gli apparati di dominio capitalistici dispongano di elementi di valutazione sofisticati che sfuggono al grande pubblico, la loro capacità di pianificazione si scontra sempre con la complessità della vita reale, con la massa contraddittoria di azioni e reazioni che caratterizza i rapporti economici, sociali e politici e impedisce di predeterminare a tavolino l’esito di qualsivoglia impresa.
Questa complessità facilita in Europa la funzione apertamente propagandistica della quasi totalità dei mass media, schierati a sostegno della guerra, ovviamente dietro il paravento ideologico della difesa della libertà e dell’autodeterminazione dell’Ucraina, senza curarsi delle palesi contraddizioni in cui necessariamente incappa. Un giorno, infatti, per sostenere la necessità di un massiccio riarmo del Vecchio Continente, si dipinge Mosca come se stesse preparando l’invasione di altri paesi europei (“Putin non si fermerà”), pur essendo evidente la difficoltà di estendere l’occupazione dell’Ucraina oltre quel venti per cento di cui già dispone; il giorno successivo, per compattare il fronte interno e giustificare la linea dei paesi UE, si sottolinea il fallimento dell’invasione e si descrive una Russia sull’orlo del collasso.
Sul Corriere della Sera del 21 agosto abbiamo potuto leggere un commento di Fubini che si concludeva con queste illuminanti parole: “Probabilmente [Putin] conta ancora su un anno di energie finanziarie, economiche, industriali e demografiche della Russia, prima che lo sforzo di guerra obblighi anche il Cremlino a una pausa. La fase più drammatica comincia ora (s.n.)”. Il senso appare chiaro: i paesi europei hanno di fronte un anno in cui il loro riarmo, il sostegno militare a Kiev e la propaganda bellica devono intensificarsi ancora di più, per imporre alla Russia l’accettazione di una tregua. Insomma: guerra, guerra, guerra. Ecco un esempio di come le grandi firme del giornalismo sanno mettersi al servizio delle classi dominanti: penna ed elmetto europeista perfetto!…
La guerra USA alla Russia e … all’Europa
La pervicacia europea nel soffiare sul fuoco della guerra con la Russia ha le sue radici nel fatto che la guerra NATO/Russia in Ucraina ha inferto un duro colpo agli interessi capitalistici dell’Europa, che si ritrova esclusa dalla partecipazione al bottino derivante dall’aver contribuito a spingere l’Ucraina allo scontro con la Russia e ai margini delle trattative fra Mosca e Washington, qualunque esito esse abbiano. Non si tratta della conseguenza delle scelte dell’amministrazione Trump. Per quanto il tycoon vada affermando che, con lui alla presidenza, non ci sarebbe stata alcuna guerra (smentendo implicitamente la propaganda occidentale che fa iniziare la storia nel febbraio del 2022 con l’invasione russa), è evidente che gli USA, ben prima di Trump, hanno dato al conflitto con la Russia anche una funzione antieuropea. La guerra in Ucraina ha infatti messo fine all’ostpolitik dell’UE, e della Germania in particolare, imponendo il brusco taglio delle relazioni economiche con Mosca, a partire dalle forniture di gas, sostituite dal più costoso GNL americano, facendo così lievitare i costi di produzione delle imprese e riducendone i mercati di sbocco.
L’Unione Europea ha lavorato per anni a rafforzare la frazione filo-europea della borghesia ucraina per catturare stabilmente Kiev nella sua sfera d’influenza, puntando sulla maggiore potenza finanziaria rispetto a Mosca e sulla sinergia con gli apparati militari e diplomatici yankee, finché il punto di rottura con la Russia non è stato raggiunto. A conferma della difficoltà, se non dell’impossibilità, anche per gli apparati statali delle grandi potenze, di pianificare in anticipo ogni mossa, l’attivismo dell’UE si è risolto in un boomerang nel momento in cui la parola è passata alle armi. Gli USA infatti, forti della loro supremazia militare e dell’abitudine, consolidata nel tempo, di mobilitare il proprio apparato bellico, hanno impresso agli avvenimenti la direzione di marcia più consona ai loro interessi, trascinando dietro di sé il Vecchio Continente.
Il “disaccoppiamento” fra Russia e UE si è così rapidamente consumato e, anzi, è stato rafforzato dagli stessi paesi europei, a cominciare dalla Germania, che ha accettato senza fiatare perfino il sabotaggio del gasdotto Nord Stream.
Con la presidenza Trump, al troncamento delle relazioni economiche con Mosca si è rapidamente aggiunta l’imposizione dei dazi, l’aumento delle spese militari nell’ambito NATO fino al 5 per cento del PIL di ogni paese e la dichiarata volontà USA di non assicurare più le forniture di armi a Kiev a titolo gratuito: saranno i paesi europei, nell’ambito dell’alleanza atlantica, a comprare da Washington le armi da consegnare all’Ucraina. Come ha detto Trump, definendo Zelensky beffardamente “il miglior commerciante che io conosca”, gli USA non tratteranno più con Kiev ma con la NATO.
USA e Russia spolpano l’Ucraina, i corvi UE non vogliono rimanere indietro
Escludendo dunque clamorosi colpi di scena, la Russia, per quanto con difficoltà, esce vincitrice dalla guerra sul campo. Conquistata la Crimea e gran parte del Donbass (di cui chiede il riconoscimento internazionale) con le loro risorse, il Cremlino si appresta a stilare il memorandum per riprendere “i colloqui di pace”, riprendendo il filo del fallito vertice di Istanbul. In questo documento saranno probabilmente dettagliate le richieste di sicurezza per la Russia, a partire dal rifiuto di truppe NATO sul suolo ucraino e, a maggior ragione, dall’opposizione all’entrata di Kiev nell’alleanza atlantica, la richiesta del coinvolgimento della Cina, ecc. In tale quadro, una clausola che richiami l’articolo 5 del Trattato Nato, se alternativa alla presenza di truppe di interposizione, rassicurazione o altre fantasiose definizioni, potrebbe essere una formula sufficientemente vaga e perciò capace di accordare le esigenze russe con le differenti linee sostenute dai governi francese, inglese, tedesco e italiano. Nel caso, possiamo essere certi che l’abilità politica di Meloni, “capace di mettere tutti d’accordo grazie anche ai suoi legami speciali con Trump”, sarà celebrata ancor più che il famoso vertice di Pratica di Mare, in cui “Berlusconi mise fine alla guerra fredda”… Non c’è limite ai miracoli che può compiere la cavillosa diplomazia delle “nostre” classi dominanti!
Gli USA si sono accaparrati la garanzia di sfruttare una parte dei giacimenti minerari dell’Ucraina, gli ormai famosi 500 o 1000 miliardi di dollari (a seconda delle dichiarazioni ondivaghe del tycoon) di terre rare, essenziali per la tecnologia di molte produzioni industriali. L’Unione Europea rischia invece di rimanere a bocca asciutta, esclusa anche dalle trattative con Putin. Ma, come avviene nei giochi d’azzardo, una volta saliti a bordo, l’unica possibilità di non perdere tutto è rilanciare. Ecco perché, mentre Trump vagheggia la fine temporanea della guerra, l’UE sostiene a spada tratta la causa del rifiuto di ogni cessione di territorio ucraino, delle riparazioni belliche da finanziare col sequestro definitivo delle risorse finanziarie di Mosca depositate all’estero, ecc. In una parola, i paesi europei sono i più convinti sostenitori della prosecuzione della guerra, anche accettando – per adesso a parole – di accollarsi il peso maggiore per finanziare l’acquisto di armi e munizioni. Sullo sfondo, si intravvede il tentativo delle capitali europee di inserirsi nel business della ricostruzione, se la tregua dovesse concretizzarsi, e di recuperare profitti e spazi di manovra attraverso l’intervento massiccio della propria industria bellica, che non è in grado, per ora, di sostituire compiutamente le forniture del mercato americano, ma che aspira in prospettiva a insidiare la leadership del complesso militare industriale di Washington attraverso Leonardo, Rheinmetall, ecc.
Le crescenti difficoltà dell’Unione Europea
L’andamento della guerra in Ucraina ha comportato quindi una disarticolazione del progetto dell’UE di costruire un blocco imperialistico capace di confrontarsi da pari a pari con USA e Cina. La crisi dell’egemonia USA e la spinta di Washington ad agire per arrestare il proprio declino, anche a costo di terremotare i rapporti con i propri alleati pur di imporre i propri interessi, ha rotto l’equilibrio su cui si reggeva la possibilità per l’UE lucrare vantaggi economici e commerciali all’ombra della perdurante supremazia militare americana, nella prospettiva, incarnata dalla nascita dell’euro, di scalzare la funzione internazionale del dollaro e il ruolo chiave della finanza americana.
Paradossalmente, nel momento in cui il dollaro appare in difficoltà come moneta del commercio mondiale e come valuta di riserva delle banche centrali, l’euro sconta l’ulteriore marginalizzazione dell’UE dallo scacchiere internazionale e non è nelle condizioni di approfittarne e di contendere al biglietto verde la sua leadership globale. A questo va aggiunto il probabile acutizzarsi delle tensioni a seguito del varo dei molteplici piani di sostegno alle imprese europee per far fronte ai dazi USA e dei problemi causati dall’aumento delle spese militari. Al riguardo, ciascun paese, senza delegittimare formalmente l’operato di Bruxelles, si è mosso pro domo sua, valorizzando le proprie “eccellenze” (dall’automotive di Berlino all’agro-alimentare di Roma) e cercando di far pesare il proprio apparato militare (nucleare di Parigi), un terreno, quello militare, su cui avverrà un nuovo rimescolamento di carte fra UE e GB post Brexit.
Il conflitto in Ucraina ha finito per scaricare le tensioni più forti proprio all’interno dell’UE, evidenziandone un’impasse strategica di grande portata e facendo tramontare la possibilità dell’UE di rappresentare un polo imperialistico omogeneo alternativo a USA e Cina.
La tendenza alla guerra e il movimento di classe
Non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo se si arriverà ad una qualche forma di armistizio o se tutto si sgonfierà. Senz’altro, come è stato costretto ad ammettere lo stesso Trump, che pure si è esposto fortemente sostenendo che avrebbe posto fine alla guerra in 24 ore, far cessare le ostilità è più difficile del previsto.
I motivi risiedono nella natura stessa del conflitto. Come scrivevamo già nel 2022 “… Questa guerra segna un punto di non ritorno nel passaggio delle contraddizioni inter-capitalistiche alla scala mondiale da un piano economico-commerciale ad uno strategico-militare. … Il rischio che s’inneschi un conflitto mondiale è crescente” (1).
Se sono risibili le tesi propagandistiche sulla difesa dell’autodeterminazione ucraina (un paese da tempo occupato militarmente dalla NATO e politicamente da USA e UE) o sulla “denazificazione” del regime di Kiev (da parte di uno Stato che si avvale delle competenze di forze di provata fede democratica come la compagnia Wagner…), è pure limitativo e fuorviante identificare le cause della guerra nella semplice rapacità degli interessi imperialistici dei due schieramenti. In ballo non c’è solo la difesa dei profitti di chi sta spolpando i proletari ucraini (oligarchi di Kiev ben compresi!), ma la difesa delle condizioni generali del profitto, cioè gli stessi equilibri strategici.
Il salto di qualità della guerra in Ucraina consiste nell’apertura della fase di ridefinizione dell’ordine mondiale, un processo che, per la natura del modo di produzione capitalistico, non può avvenire come una pacifica transizione, ma deve necessariamente passare attraverso un gigantesco conflitto mondiale dalle conseguenze impredicibili, ma certamente catastrofiche. E il declino degli USA, la loro rinnovata aggressività, la decisione di scaricare sugli stessi alleati storici, oltreché sui nemici, la crisi globale che li attanaglia, dà al conflitto ucraino una pericolosità senza precedenti.
La guerra in corso, lo ribadiamo, non è un conflitto fra Russia e Ucraina ma fra NATO e Russia sul territorio ucraino. E contro di esso mantiene tutta la sua validità la consegna storica dell’internazionalismo proletario: disfattismo da entrambi i lati del fronte, contro i capitalisti e l’apparato militare della NATO e di Kiev e contro i capitalisti e l’apparato militare della Russia e dei suoi alleati.
Sia nel caso di una tregua, sia, a maggior ragione, se il conflitto continuerà, quello che si prospetta nel prossimo futuro è una martellante propaganda bellica, la tendenza sempre più stringente verso l’economia di guerra, che imprimerà un soffocante giro di vite alle condizioni di esistenza e di lavoro della massa dei proletari, dei disoccupati, dei giovani senza prospettive, la crescente militarizzazione della vita sociale, con la propaganda bellica nelle scuole e nelle università, una più intensa repressione di ogni movimento di opposizione e di lotta contro le politiche governative, a partire, qui in Italia, dal recente pacchetto sicurezza (ex DDL 1660) e dal prossimo varo del DDL 1004, già incardinato nella discussione di commissione al Senato, che equipara antisionismo e antisemitismo, che darà ulteriori strumenti per combattere chi si oppone al genocidio in Palestina ad opera di Israele, un genocidio di cui le potenze imperialistiche, compresa l’Italia di Meloni e delle finte opposizioni guerrafondaie e filosioniste, sono pienamente corresponsabili.
Servirà quindi un’intensificazione dell’attività dei rivoluzionari internazionalisti, innanzitutto verso la massa dei proletari, per rendere chiaro che non si può combattere l’aumento della precarietà, dello sfruttamento e dello strapotere padronale sui luoghi di lavoro senza legare strettamente queste battaglie alla lotta contro la tendenza alla guerra, che sempre più diventerà il criterio guida dei comportamenti padronali e delle politiche governative.
Ma un altro campo di attività della massima importanza sarà quello di combattere nei settori d’avanguardia che si oppongono alla deriva verso un nuovo devastante conflitto mondiale ogni forma di nazionalismo, di campismo, ogni attitudine che faccia perno sugli “interessi nazionali”, che sono invece diametralmente opposti a quelli dei proletari. Non si tratta, per essere chiari, di tenere il “nostro” paese fuori dalla guerra, di denunciare l’imperialismo altrui per fare salvi i “veri” interessi della nazione, ma di lottare attivamente contro le nostre classi dominanti e il loro bellicismo, per preparare le condizioni della rivoluzione proletaria.
È vergognoso leggere su siti “di sinistra” una denuncia delle manovre trumpiane per far acquistare all’Europa armi americane incentrata sul fatto che “se le armi fossero italiane, si accrescerebbe almeno il nostro PIL, si svilupperebbe la nostra industria (bellica…)” (2).
L’Italia non è una colonia, né dei “paesi forti” dell’UE, né degli USA: è un paese imperialista in piena regola. Il nemico dei proletari, il nostro nemico, non sta al di là delle Alpi o dell’oceano, sta qui, in casa nostra, parla la nostra lingua, sfrutta in proprio i nostri proletari autoctoni ed immigrati, opprime, traffica e lucra profitti sul mercato mondiale e si arma e prepara la guerra, come le altre potenze imperialistiche, per difendere i propri interessi di sfruttamento e di profitto. E ogni forma di “campismo”, ogni strizzata d’occhio ad un preteso ruolo antimperialista o equilibratore delle potenze ascendenti come la Cina, o di chi non ha più da decenni alcun titolo per vantare ascendenze rivoluzionarie, come la Russia, si risolve, in ultima analisi nell’appoggio al “proprio” imperialismo, perché ne postula differenti alleanze in politica estera e sostituisce ciò ad una politica rivoluzionaria.
Per questa via il campismo, lungi dall’essere una forma di opposizione alla guerra, è al contrario pienamente corresponsabile della corsa ad un nuovo conflitto inter-imperialistico.
La tendenza alla guerra, infatti, si va progressivamente imponendo come soluzione alla crisi globale del capitalismo anche attraverso gli sforzi di quegli Stati che, rivendicando il multilateralismo e un mondo “più giusto”, preparano il regolamento di conti con i loro avversari. Come le crisi economiche si risolvono ciclicamente distruggendo in massa forze produttive e gettando nel caos l’intera riproduzione sociale, allo stesso modo la crisi dell’ordine capitalistico può risolversi solo attraverso la guerra. Chi rimanda la preparazione rivoluzionaria a “quando ci saranno le condizioni” e, nel frattempo, opera per modificare la politica estera della propria nazione e per sostenere un maggiore equilibrio delle relazioni interstatali non fa altro che spianare la strada alla guerra che, alla fine, si presenterà ai proletari non come il nemico da combattere ma come la soluzione estrema, ma inevitabile, delle contraddizioni del sistema.
Non è una battaglia facile, perché, nel clima di generale sfiducia dei proletari nelle proprie forze e di perdita di ogni punto di riferimento internazionalista e rivoluzionario, è forte la tentazione degli sfruttati di affidarsi a ricette che sostituiscono l’azione degli Stati all’autorganizzazione e all’indipendenza di classe.
Forte di questo convincimento, la TIR, insieme con organizzazioni provenienti da diversi paesi europei ed extraeuropei (il Partido Obrero dell’Argentina, Liberazione comunista della Grecia, il SEP della Turchia, il Partito comunista operaio dell’Iran-hekmatista, l’MLPD della Germania, il SWP della Gran Bretagna, l’UFLC degli Stati Uniti), ha organizzato a metà giugno la Conferenza Internazionalista di Napoli (3). È stata un’iniziativa coronata da successo, che si è mossa nella direzione di un più stretto coordinamento fra tutte le forze genuinamente internazionaliste e che, nel suo sviluppo, dovrà dar vita al necessario processo di omogeneizzazione delle forze che vi partecipano. Le differenze politiche e ideologiche ereditate dal passato, e cristallizzate dalle sconfitte del vecchio movimento operaio, non devono essere di ostacolo alla necessaria rinascita di un nuovo movimento di classe, capace di rilanciare la prospettiva rivoluzionaria a partire dalle contraddizioni attuali, guardando al futuro non meno che al passato dell’esperienza di classe. Anche questo è un compito difficile, ma essenziale per opporsi realmente alla tendenza alla guerra e porre le basi per rovesciare i governi del capitale e aprire la strada al futuro.
Note
(1) Cfr. TIR, La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario, Ed. Pagine marxiste, 2023 (seconda ristampa), p. 17.
(2) Così il direttore di Analisi Difesa in un articolo dal titolo “Più domande che risposte dagli incontri alla Casa Bianca”, ripreso tal quale, senza commenti, su Sinistra in rete lo scorso 19 agosto. Va notato che generali dal glorioso passato di comandanti o alti esponenti della celebre organizzazione pacifista e anti-imperialista NATO, come Fabio Mini o Maurizio Boni, nonché personaggi come Gaiani o ambasciatori vari imperversano in tutti i siti della galassia kampista come oracoli o consiglieri della “sinistra”. Che pretenderebbe, almeno in certi suoi esponenti, di essere contro la guerra globale in gestazione.