
Il 24 giugno, nella stessa giornata in cui a L’Aja si riuniva il vertice della NATO per varare il piano decennale di riarmo al 5% del PIL per ogni paese membro, il leader dei 5Stelle Giuseppe Conte riuniva nella stessa città olandese la cosiddetta “Internazionale della pace” (o “Gruppo dell’Aja”), composta da partiti e movimenti europei che hanno contestato i guerrafondai d’Occidente dietro lo slogan: “No al riarmo, no alla guerra!”. Gli aderenti rappresentano 15 raggruppamenti europei di 11 paesi.
Vediamo un po’ di chi si tratta, e di che si tratta.
La figura di maggior spicco istituzionale di tale “Internazionale” è la ministra spagnola del Lavoro Yolanda Diaz, di Sumar (SMR, che in spagnolo significa “Unire”) ; una formazione da lei stessa fondata nel 2023 che ha come suoi obiettivi lo “Stato Sociale e di Diritto” e un’ Europa “sociale, verde, democratica e solidale”. La Diaz, europarlamentare dal 2020, è stata rieletta alle elezioni europee del 2024 su un programma comprendente: la riduzione dell’orario di lavoro settimanale da 40 a 32 ore, l’elevazione del salario minimo, la limitazione del lavoro precario, la difesa dei diritti delle donne, con particolare riguardo alle leggi sul “consenso sessuale” (legge antistupro) e sul “congedo mestruale”. Il suo scontro diretto in TV col neofranchista di “Vox” Santiago Abascal, favorevole all’abolizione di queste leggi, ha fatto scalpore, finendo sulle prime pagine dei giornali spagnoli.
La greca Zoe Konstantopoulou, avvocatessa, ex Syriza, già dal 2015 nella LAE (Unità Popolare), poi nel Corso della Libertà (P.E.) è l’outsider del gruppo. Netta la sua posizione contro l’austerità dell’U.E., che già da quegli anni comincia a massacrare il popolo greco. Il suo partito rivendica l’uscita dall’Euro e il ritorno alla Dracma. Una posizione protezionista e velleitaria: come se l’oppressione del capitale internazionale ed europeo potesse essere contrastata con le chiusure nazionaliste. Tra i suoi obbiettivi il rifiuto unilaterale di pagare il debito pubblico e le nazionalizzazioni. Altrettanto netta è l’opposizione al governo Mitsotakis (liberal-conservatore) e la forte rivendicazione dei diritti LGBTQIA+ . Il suo partito, pur avendo ottenuto uno scarso 3% alle elezioni europee, viene ultimamente considerato dagli osservatori politici in forte ascesa.
La francese Manon Aubry, europarlamentare e co-presidente del gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NLG), fa parte di quella “France Insoumise” di Jean Luc Mélanchon diventato il primo partito alle politiche di Francia dello scorso anno (pur non approdando poi al governo). Il contrasto dell’evasione fiscale, la tassazione dei superprofitti delle multinazionali e l’opposizione al degrado ambientale da esse causato fanno parte del suo target parlamentare.
Presente anche l’italo-tedesco Fabio De Masi, europarlamentare di “Die Linke” fino al 2022, poi BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht), il partito “rosso”-bruno favorevole al “congelamento” della guerra in Ucraina e dichiaratamente anti-NATO. Questo partito non si fa problemi nel sostenere parimenti una linea “dura” contro la cosiddetta “immigrazione illegale”, votando nel febbraio scorso – insieme a parte della CDU/CSU di Friedrich Merz e alla neonazista AfD – una legge (respinta per pochi voti) in cui venivano limitati i ricongiungimenti familiari degli immigrati e inaspriti i controlli alle frontiere.
A seguire il PCP (Partito Comunista Portoghese) di Paulo Raimundo (2,9% dei voti), contrario fin dal 1985 al processo di unificazione europea, antiliberista, antimilitarista, per le 35 ore di lavoro settimanali, la sanità pubblica, la democrazia economica e…la “sovranità nazionale”. Così come il più corposo e anziano partito del gruppo (nato del lontano 1979): il Partito Belga dei Lavoratori (PTB) di Raoul Hedebouw (20% dei voti), decisamente proiettato sul sociale (salario, pensioni, tassazione delle multinazionali). Degna di nota anche la presenza del leader storico della sinistra laburista Jeremy Corbyn. L’ex segretario laburista è conosciuto per la sua opposizione all’”austerità” di Bruxelles, per la linea di rinazionalizzazione delle infrastrutture a uso pubblico, la sua contrarietà alla guerra e al nucleare, fino al non interventismo militare e al disarmo nucleare unilaterale. Nel gennaio del ’24, insieme al governo del Sud Africa, ha querelato il governo di Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per il genocidio in corso a Gaza.
La schiera degli “internazionali” si allunga con il liberale irlandese Michael Mc Namara di “Renew Europe” (5° gruppo al Parlamento Europeo), favorevole a una maggior sovranità dell’U.E.; con Antoni Comìn, catalano indipendentista, anticentralista e sostenitore delle autonomie locali; la verde spagnola Ana Miranda Paz; Ozlem Demirel di “Die Linke”; Rudi Kennes di “The Left”, Lieke Van Rossum dello SP (Socialistische Partij) dei Paesi Bassi.
Come si vede, i tratti comuni di questa miriade di formazioni sono le politiche sociali, un sovranismo di “sinistra” variamente aggettivato, l’opposizione al “centralismo” della Commissione U.E., la rivendicazione di un’Europa smarcata dai vincoli atlantici e dalla dipendenza NATO.
La pratica di queste formazioni politiche è, quasi ovunque, una pratica parlamentare: restia alle mobilitazioni continue, alle lotte serie e coerenti, allo scontro “vis à vis” col nemico.
Si tende al compromesso con le altre formazioni parlamentari, alla mediazione come punto di partenza, si accetta la logica “ferrea” della conta dei voti. I 5Stelle, per dire, che volevano “aprire il parlamento come una scatola di tonno”, si sono da tempo accartocciati su manfrine da “opposizione” così flebili e innocue da non riuscire a portare nel paese i temi da loro agitati in Parlamento. Tuttavia non si deve sottovalutare la possibilità che tali formazioni siano in grado di organizzare “eventi” di piazza che facciano da richiamo.
Da L’Aja è uscita una dichiarazione che dà appuntamento a una mobilitazione autunnale fondata sui seguenti punti:
1) no alla spesa militare come priorità, in quanto ci sarebbe il rischio di cancellare gli obbiettivi fondanti dell’U.E. (pace, cooperazione, solidarietà) togliendo fondi destinati a sanità, istruzione e occupazione;
2) ripristino della diplomazia come metodo “centrale” del rapporto tra gli Stati e di regolazione dei conflitti internazionali.
Si tratta, quindi, di un raggruppamento di forze che si dichiarano “pacifiste” sì, ma a corrente alternata, per nulla coerenti col proposito “No al riarmo, no alla guerra” su cui si è riunito. Per il semplice motivo che non indicano mai l’U.E. come un soggetto imperialista a tutto tondo – e non per colpa della sola Von der Leyen o degli “euroburocrati”- , non lo denunciano mai come un fattore primario della corsa alla guerra, indipendentemente dal suo vero o presunto livello di prostrazione nei confronti dell’imperialismo USA.
Dal riarmo europeo e dalla concreta prospettiva di guerra guerreggiata che lo accompagna non se ne esce certo sponsorizzando, come fanno gli “internazionali” dell’Aja, una “difesa nostra”, continentale, indipendente. Magari a minor costo, in quanto più razionale ed efficiente.
Infatti uno dei mantra di queste formazioni, speso a piene mani nelle piazze che mobilitano, è che “noi” (europei) non dobbiamo svenarci nelle spese militari solo per fare un piacere agli americani; ai quali non parrebbe il vero di metterci al collo il doppio-triplo cappio dei dazi, della guerra alla Russia e dei vincoli di acquisto delle loro armi, del loro gas e del loro petrolio!
L’U.E. in pratica ambisce a costituire un blocco imperialista occidentale a fronte dei due colossi, della stessa natura sociale, che prendono in mezzo l’Europa: gli Stati Uniti e la Cina. L’UE è la diretta espressione della concentrazione e della proiezione internazionali dei capitali europei i quali, però, non riuscendo in più di un trentennio a decollare come Stato unitario, si trovano ora invischiati nelle tempeste economiche, politiche e militari che caratterizzano l’attuale caos mondiale e rischiano di farlo esplodere. Questo blocco imperialista continentale, degno erede dei colonialismi storici europei, non ha nulla a che vedere con gli “obiettivi fondanti” (pace, cooperazione, solidarietà) che l’Internazionale di Conte gli attribuisce.
Se non si parte da tale elementare dato di realtà, si possono anche sostenere parole d’ordine in parte condivisibili (no al riarmo, no ai tagli delle condizioni di vita e di lavoro che esso comporta), ma portando al tempo stesso acqua al nazionalismo, al “sovranismo”, ad un europeismo imperialista che – lo ripetiamo – nulla hanno a che vedere con la pace e la solidarietà tra i popoli! I popoli della Jugoslavia, della Palestina, dell’Iraq, del Libano, dell’Afghanistan, della Somalia, della Libia, etc. ne sanno qualcosa.
Il caso della tedesca BSW, che è contro la guerra in Ucraina ma con altrettanta, e forse maggiore, determinazione contro gli immigrati, specie se di origine dai paesi a tradizione islamica, è estremamente emblematico! Si può essere nazionalisti “di sinistra” e proiettare il clima di guerra, quel clima di guerra che si dice di combattere, su altri fronti della stessa oppressione di classe? Ebbene sì, si può!
Quando lo stesso Conte, per preservarsi il corridoio di una futura ricandidatura a Palazzo Chigi, proclama solennemente che i 5Stelle “non sono antimilitaristi”, ma sono per una “seria difesa europea” (non spendacciona e non succube degli USA) non dà forse ad intendere che, qualora fossero toccati i “veri” interessi europei, di guerra si potrebbe, e come, discutere? E, in fondo, non è questa la stessa logica che guida il cosiddetto “gruppo dei volonterosi” (Francia, Regno Unito, Germania, Polonia, paesi baltici e altri), i quali – con il loro proposito di creare una “forza di interposizione militare” – non fanno altro che promuovere il tanto evocato “esercito europeo”?
Gli imperialismi d’Europa non sono tali in quanto “servi” degli USA, lo sono per moto proprio: in quanto espressione di potenti gruppi economici e finanziari, di lobby, di un sistema di Stati proiettato a sua volta nella competizione capitalistica internazionale e nella guerra agli sfruttati di tutto il mondo. Tra i tanti esempi, basta citarne uno solo: i mille canali, mai interrotti per un solo istante dai governi europei di ogni colore, che riforniscono di armi e di ogni altra merce lo Stato sionista genocida d’Israele.
Questo è il vero vincolo dal quale gli internazionali de L’Aja non possono, né vogliono, prescindere.
Che il tutto venga ammantato di ideologia pacifista con i rimandi al Manifesto di Ventotene (1941) scritto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, in cui si auspicava una Europa federale, unita e libera da guerre, basata sulla cooperazione dei popoli… ma appoggiata sulle armi della super-colonialista Gran Bretagna e del suprematista imperialismo USA, dà la misura della collocazione politica intimamente borghese di Conte e degli altri “internazionali” dell’Aja.
“Il Fatto Quotidiano” del 25/6 riporta il discorso “programmatico” che proprio Barbara Spinelli, figlia d’arte, ha tenuto all’Aja, in occasione del raduno (“Le vere origini del caos bellico”).
Dopo un’analisi in parte condivisibile, perlomeno sulle dinamiche di potenza che da decenni spingono la NATO verso l’Est Europa (comprese le operazioni di “regime change”) inducendo l’imperialismo russo a reagire; e fatta salva anche la nettissima denuncia del genocidio a Gaza, favorito dalla collusione dei governi d’Occidente con Tel Aviv; i punti che ci distanziano nettamente da una simile impostazione sono:
1) il riferimento storico all’Europa come “Casa Comune” (con la Russia dentro) proposto negli anni ’80 da Gorbaciov. Secondo la Spinelli quella fu una grande occasione perduta, senza considerare che proprio in quel periodo di preparazione dell’UE (anni ’80) cominciarono le manovre europee per accaparrarsi i resti di un impero URSS in evidente disfacimento, con Gorbaciov nel ruolo di liquidatore;
2) la rivendicazione della “difesa europea”… qualora vi fosse un vero esercito europeo, che risponda a uno Stato Europeo (“che è lungi dall’esistere!”, sospira la Spinelli). In mancanza di ciò, rischiamo di continuare ad acquistare armi dagli USA e di partecipare alle loro guerre…
Discorso che abbiamo già affrontato prima: questa gente non è contro la guerra in quanto anti-imperialisti, bensì perché non si sentono abbastanza imperialisti in proprio! Da qui emerge chiaramente come il pacifismo borghese, istituzionale, parziale, fondamentalmente supino alla ragion di Stato (si vedono sempre gli Stati come soggetti attivi, mai le classi) ricada alla fine in altre forme di bellicismo di tipo “particolare”.
Conclusione troppo tranchant? Diremmo proprio di no, dal momento che arrivati al nodo cruciale, i nostri “internazionali” dichiarano che la loro Mecca è il “multipolarismo”. In pratica, un mondo di certo non pacificato né pacificabile. Per il semplice motivo che nessuna potenza imperialista è disposta a cedere il passo alle altre. E più potenze si contendono il mercato mondiale, più la zuffa si prospetta di proporzioni gigantesche e senza esclusione di colpi.
Non solo: che gli “internazionali” si rifugino nella “potenza della diplomazia” in un mondo segnato dall’aver fatto carta straccia di ogni orpello del “diritto internazionale” (che non ha mai impedito le guerre); un mondo dove in tutta tranquillità prima si affamano e poi si bombardano sistematicamente moltitudini di civili in coda per il pane (Gaza); un mondo dove con noncuranza si seminano i campi non di grano ma di mine anti-uomo (Ucraina); dove ci si accanisce per scoprire i ritrovati bellici ultimo grido… tutto ciò sa di tragico e lugubre scherzo. Ma ci credono veramente o fanno così per dire?
Conte, a conclusione del raduno, ha dato appuntamento in autunno dichiarando che “siamo noi che salveremo l’Europa”, dietro lo slogan “se vuoi la pace prepara la pace”.
Nelle popolazioni del Vecchio Continente esiste una assai diffusa repulsione verso il riarmo, ed ancor di più verso il coinvolgimento diretto in guerra. Però dal momento che l’idolatria dello Stato che può tutto e il contrario di tutto (la guerra come anche la pace) ha fortemente pervaso la psiche e le abitudini del proletariato e di larghe fette della popolazione, potrebbe verificarsi che di fronte ad un ulteriore incrudimento della situazione internazionale, le prime reazioni della massa “No War” si indirizzino verso i lidi di Conte e &.
Messi in chiaro i punti politici discriminanti con simili assembramenti (si tratta di discriminanti di classe); rivendicata la nostra piena indipendenza d’azione; da internazionalisti rivoluzionari bisogna attrezzarsi per svolgere la nostra parte anche in occasione di future manifestazioni sulla falsariga di quelle (ben riuscite, quanto a partecipazione) avvenute a Roma il 5 aprile e il 21 giugno scorsi. Saranno i fatti – l’esperienza diretta – a chiarire collocazioni, coerenze e serietà degli impegni.
Anche gli sbandierati propositi anti-riarmisti non vogliono dire esattamente la stessa cosa per gli spagnoli, i tedeschi, i francesi, i britannici. C’è chi li declina solo in senso antiamericano e chi invece preferisce puntare il dito contro il ritorno in auge del tristemente famoso militarismo tedesco.
L’internazionalismo proletario, fatto di proposte politiche concrete e non di propaganda principista, ha bisogno di marciare spedito e di radicarsi in fette sempre più consistenti di proletari per essere all’altezza dei tempi che stanno maturando. Questo può avvenire, come già abbiamo iniziato a fare, prendendo e consolidando contatti con altri raggruppamenti rivoluzionari a livello internazionale (vedi il Convegno internazionalista di Napoli del 14-15 giugno). Così come può avvenire, in Italia, praticando la lotta di classe, l’indipendenza e l’organizzazione di classe, contro il pacifismo di facciata e l’imperialismo in tutte le sue forme.
Sulla base dei fatti, sosteniamo da sempre che non si può essere coerentemente contro la guerra tra stati capitalisti-imperialisti se non si è, se non si lotta contro il capitalismo in quanto tale e gli stati borghesi che lo sostengono e difendono. Detto in altri termini: essere in modo coerente contro la guerra significa essere per l’abbattimento del dominio di classe borghese. Su questo la nostra contrapposizione con “gli internazionali di Conte” è netta, senza possibilità di mediazioni.
Ma con quanti/e riterranno di aderire o accorrere nei prossimi mesi alla loro chiamata sotto il motto “No al riarmo, no alla guerra”, possiamo dialogare assumendolo come base di partenza, per dipanare la matassa in un’altra direzione: battersi davvero contro tutti i provvedimenti necessari all’economia di guerra; per sciogliere la NATO; contro il piano Rearm Europe e ogni ipotesi di esercito europeo; per l’unità nell’azione di contrasto alla corsa alla guerra e alle guerre del capitale dei lavoratori di Europa, inclusi quelli russi, per la loro fraternizzazione al di là dei confini.
Come si è sostenuto nella Conferenza internazionalista di Napoli, la guerra globale in gestazione può essere fermata solo dalla classe operaia e dalla lotta rivoluzionaria, solo trasformando la guerra imperialista in guerra di classe!