
Si terrà domani 14 settembre a Napoli, a villa Medusa, con inizio alle ore 10, la Quinta Assemblea in presenza della Rete Libere/i di lottare contro l’ex-DDL 1660, attuale legge-manganello. Qui di seguito alcune note inviate in preparazione dell’Assemblea che tracciano un bilancio dell’attività svolta e delineano una (possibile) prospettiva di lavoro adeguata alla situazione attuale.
Bilancio di un anno di attività, e prospettive per il futuro
Alla fine del mese di luglio dell’anno scorso prendeva avvio il lavoro che avrebbe portato alla nascita della Rete Libere/i di lottare contro il DDL 1660.
Ora che quel DDL – diventato legge dopo essere stato trasformato con un colpo di mano in decreto e ritoccato in aspetti inessenziali grazie alla regia del Quirinale – è necessario fare un bilancio dell’attività svolta, interrogandoci in maniera collettiva sulle possibili prospettive e caratteristiche di un lavoro futuro.
Il bilancio appare indispensabile perché fin dall’inizio questa Rete si è presentata come una iniziativa di scopo, finalizzata cioè a fare il possibile per impedire l’approvazione di quella “legge liberticida, schiavista, da stato di polizia”. Ci era chiaro fin dall’inizio che: dati gli sviluppi della situazione internazionale sempre più caratterizzata da una corsa verso il riarmo e una guerra inter-capitalistica globale; data la determinazione del governo Meloni e l’inesistenza di una vera opposizione ad essa in parlamento da parte del centro-sinistra; dato il basso livello di conflittualità sociale esistente da molti anni in Italia; impedire la conversione in legge del DDL sarebbe stato estremamente difficile, quasi impossibile.
Ma va a nostro merito aver lanciato comunque un forte l’allarme quando tutto era fermo e, al contempo, iniziato ad organizzare iniziative di lotta da Nord a Sud a partire dal riconoscimento fondamentale – e dialettico- del nesso tra economia di guerra, corsa alla guerra e stato di polizia, tra guerra esterna – Ucraina, Palestina in primis – e guerra interna ad ogni forma di conflittualità operaia, sociale, ecologista. Siamo riusciti a porre questi temi – e questa connessione- al centro del dibattito e, da subito, abbiamo indicato la necessità della più ampia mobilitazione di massa, nei luoghi di lavoro, di studio e nelle piazze come unico mezzo per fermare il salto di qualità della repressione statale dell’attuale esecutivo (ricordando che da molti anni, con i più svariati pretesti, i governi di diverso colore hanno introdotto leggi per limitare l’agibilità di scioperare, lottare, manifestare) preliminare e necessario alle politiche guerrafondaie e filo padronali del governo Meloni.
Il Manifesto, in cui abbiamo condensato in termini essenziali la nostra analisi e la nostra proposta di lotta, ha raccolto nell’autunno scorso l’adesione, largamente superiore alle nostre aspettative, di oltre 160 organismi, organizzazioni, collettivi, associazioni operanti in campo politico, sindacale, culturale, ecologista, di genere. Un’area ampia che solo in parte, in qualche caso in minima parte, condivideva la nostra impostazione, ma che, avvertendo il pericolo, si rivolgeva a noi nell’assenza di altre iniziative di contrasto al DDL 1660.
Questa situazione ha fatto sì che per tutto un primo periodo – fino almeno al mese di dicembre- la nostra attività abbia conosciuto un forte slancio e un progressivo allargamento. La Rete è così riuscita a: marcare la propria presenza in momenti rilevanti; corteo del 5 ottobre, del 30 novembre, scioperi indetti dal Si cobas ad ottobre e novembre, iniziative di lotta dei vari organismi che hanno animato “Liberi/e di lottare”; interagire criticamente ma dialetticamente con le date lanciate dai sindacati confederali che hanno mobilitato lavoratori e lavoratrici nei mesi invernali; essere di stimolo ad una serie di iniziative cittadine e di azioni volte a contrastare l’instaurazione di uno stato di guerra e polizia e la repressione contro le varie forme di solidarietà militante con la resistenza palestinese (ne sono un esempio le iniziative, tenutesi anche nei mesi successivi questo va sottolineato, contro le fabbriche di morte come Leonardo, il lancio della campagna di liberazione per Tiziano ed il sostegno alle campagne di liberazione per tanti/e compagni/e sotto processo o incarcerate/i.
Tuttavia, abbiamo dovuto progressivamente fare i conti con la nascita della Rete A pieno regime, legata ad AVS-Arci-Cgil, che ha assunto anch’essa a suo obiettivo il contrasto alla approvazione del DDL 1660 in una prospettiva di difesa della democrazia e della Costituzione, e confidando, sostanzialmente, nella “battaglia” parlamentare dei partiti del centro-sinistra. Questa nuova Rete ha concentrato la denuncia sul governo Meloni, accusato di una deriva autoritaria, anziché sulla macchina-stato, evitando di stabilire connessioni tra l’incrudimento degli strumenti della repressione statale e la tendenza generale alla guerra.
I mezzi esorbitanti messi in campo da questa nuova iniziativa, e la sua indubbia capacità di raggiungere una platea sociale più ampia di quella che è stata ed è nelle possibilità di azione della nostra Rete, ha esercitato un’attrazione crescente su un certo numero di organismi e organizzazioni che avevano inizialmente sottoscritto il nostro Manifesto.
Abbiamo anche pagato l’azione di disturbo sulla “questione palestinese” messa in atto da RdC-USB che ha avuto anch’essa un effetto divisivo rispetto all’area ampia venutasi ad aggregare inizialmente intorno alla nostra Rete, comprendente anche qualche sezione locale dell’USB, perché ha obbligato a scegliere tra un anti-sionismo di maniera in strettissimo rapporto con la più filo-sionista delle componenti palestinesi, l’ANP, e lo schieramento incondizionato al fianco della Resistenza palestinese effettiva, a Gaza e in Cisgiordania, perseguitata dalla stessa ANP – che ci ha sempre caratterizzato.
Nonostante questa doppia, grossa complicazione, e la difficoltà strutturale a bucare il muro dei mass media, possiamo rivendicare al nostro attivo una miriade di piccole, e non sempre piccole, iniziative in decine di città italiane –la Rete è presente in tutte le regioni eccezion fatta per la Val d’Aosta, questo senza entrare nel merito della enorme disparità di forze/capacità/ consistenza che si può riscontrare sui vari territori- e una significativa diffusione all’estero della denuncia del passaggio allo stato di polizia in corso anche in Italia, in concomitanza con molti altri paesi dell’Europa, con gli Stati Uniti di Trump, con l’Argentina di Milei, etc. La nostra partecipazione al primo incontro di un’ampia Rete internazionale contro la repressione nella scorsa primavera ha costituito un primo passo nella direzione obbligata di coordinare a livello internazionale le lotte anche in questo ambito.
Rivendichiamo alla nostra attività anche la difesa di militanti implicati con la causa palestinese – in tal senso abbiamo fatto nostra la campagna di liberazione per Anan, Alì e Mansour, e aiutato a lanciare la campagna per Tarek, manifestante tunisino arrestato pochi giorni dopo il corteo del 5 ottobre 2024- e il focus applicato alla compente immigrata- da quella reclusa nei CPR e nelle carceri ma non solo – inquadrata come una dei principali primi bersagli della legge-manganello.
Ciò detto, dobbiamo registrare una sconfitta politica. La legge che abbiamo contrastato è in vigore dalla fine di luglio. E – a quel che pare – è possibile che i suoi dispositivi repressivi vengano piuttosto a breve integrati e perfezionati con l’approvazione del DDL 1004 – per primi abbiamo denunciato come lo strumento adatto a colpire ogni forma di lotta alla macchina di morte e di distruzione sionista attraverso l’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo – o di altri disegni di legge che puntano ad aumentare l’armamentario repressivi (da qui la necessità di approfondire la nuova proposta di “perquisizione digitale”, in discussione in questi giorni e settimane).
L’aspetto più pesante della nostra sconfitta sta nel non essere riusciti a portare realmente a livello di massa, come ci eravamo ripromessi di fare, la denuncia della svolta attuata dagli apparati dello stato italiano sempre più implicati, con tutta l’UE, nella preparazione della guerra alla Russia, e nell’appoggio, al di là delle ipocrite prese formali di distanze, al criminale progetto colonialista della totale distruzione di Gaza e dell’edificazione della “grande Israele”.
A quanti hanno riposto – in tutto o in parte – la loro fiducia nell’opposizione parlamentare di centro sinistra, facciamo notare che questa non ha fatto ricorso neppure all’arma dell’ostruzionismo, spuntata ma almeno capace di una qualche portata simbolica. Inoltre, le organizzazioni assai strutturate che sono dietro la Rete A pieno regime si sono limitate, alla fin fine, ad un doppio appuntamento mobilitativo rinunciando, di fatto, a costruire un’azione di contrasto quotidiana e radicata sui territori che provasse, anche in questi mesi successivi all’approvazione, a delegittimare le nuove norme.
L’anno passato dalla nascita della Rete Libere/i di lotta contro il DDL 1660 è stato segnato dal varo del Rearm Europe, dall’impegno dei paesi europei, Italia inclusa ovviamente, a più che raddoppiare la propria spesa bellica a scapito della spesa sociale, e dalla forte intensificazione di tutte quelle tendenze dell’economia e della politica internazionale e nazionale che portano in direzione di un ulteriore incrudimento della repressione statale. Ovunque: il dispiegamento dei marines e della polizia federale a Los Angeles, Washington e, presto, in altre metropoli statunitensi; la messa fuorilegge di Palestine Action in Gran Bretagna; la strisciante militarizzazione della società e delle piazze in Germania – dove ormai si discute apertamente di rispristinare la leve obbligatoria – o in Francia – il governo distribuirà in autunno una guida alla «resilienza» e trasformerà la Giornata della Difesa e della Cittadinanza in addestramento militare per 800.000 giovani l’anno- sono sufficienti a provarlo.
In Italia, il gesto simbolico più eloquente in questa direzione è stato lo sgombero del Leoncavallo a Milano: nulla di antagonistico, e neppure di vagamente conflittuale, può essere legato a quel luogo da almeno 25 anni (come è stato scritto da ex-leoncavallini). Anzi, proprio da lì è cominciata una linea di deriva filo-istituzionale e imprenditoriale che è dilagata, diventando egemone, nella grande maggioranza dei fu-centri sociali. Ma disporre lo sgombero di quel luogo peraltro sgombro di occupanti ha il valore di ammonimento: “la legge-sicurezza la applichiamo davvero, anche se non esiste alcun pericolo politico, affinché sia chiaro a tutti che non tollereremo nulla che possa essere in qualche modo pericoloso per l’ordine pubblico. L’applicheremo, forse, addirittura ai nostri amici di Casa Pound. Basta occupazioni di case e palazzi altrui”.
Inutile dire che nei mesi scorsi i primi bersagli, non simbolici, della legge-manganello e dei relativi manganelli sono stati i disoccupati organizzati del Movimento 7 novembre di Napoli, i lavoratori della logistica del SI Cobas nei loro picchetti, gli attivisti del Movimento No Tav, i militanti ecologisti di Ultima generazione ed Extinction Rebellion, gli studenti e le studentesse in lotta, insomma proprio quelli – o tra quelli – che in quest’anno sono stati protagonisti delle più rilevanti iniziative della nostra Rete.
Se ci atteniamo all’oggettività, esistono quindi tutte le condizioni preliminari per un rilancio dell’attività della Rete Libere/i di lottare, ribadendo quell’impegno di lotta contro la repressione che ci è stato proprio e distintivo, e rafforzando al contempo l’impegno diretto contro la corsa alla guerra. Ma sarà decisiva la verifica soggettiva, cioè la convinta disponibilità a proseguire e rilanciare la nostra attività da parte degli organismi e delle organizzazioni che hanno aderito al Manifesto della Rete e hanno, in qualche misura, partecipato alle sue iniziative.
L’evidente incrudimento della guerra tra NATO e Russia in Ucraina (altro che “pace”!), la determinazione con cui lo stato sionista porta avanti il suo progetto di illimitata espansione territoriale, i pesantissimi sacrifici che dovranno essere imposti alla massa della classe lavoratrice con l’ingresso, appena iniziato, nell’economia di guerra, il pieno dispiegamento della legge-manganello, la possibile approvazione a breve del DDL 1004, le nuove norme disciplinanti la vita nelle scuole inferiori e superiori, ci offrono un terreno su cui svolgere con efficacia la nostra propaganda e agitazione, per far maturare le condizioni di una ripresa in grande delle lotte del proletariato e dei movimenti sociali.
Di tutto questo dovrà discutere, in maniera chiara schietta e serrata la prossima Assemblea del 14 settembre a Napoli.