Ramallah: l’esercito sionista distrugge la Banca dei semi degli agricoltori palestinesi

Tra i tanti materiali di documentazione dell’azione distruttiva e genocida della macchina di morte sionista, vogliamo rilanciare oggi la denuncia che l’Unione dei Comitati del lavoro agricolo, un’organizzazione di agricoltori palestinesi interna a La Via Campesina, ha fatto il 31 luglio della distruzione della Banca palestinese dei semi – un crimine che giustamente viene definito “un attacco strategico alle fondamenta stesse della resilienza palestinese”.

Non è bastata a questi assassini la devastazione dell’agricoltura di Gaza, hanno colpito anche nella città-sede della ANP a loro totalmente sottomessa, a dimostrazione – se ce ne fosse ancora bisogno – che il vergognoso collaborazionismo di Abu Mazen e dei suoi, così cari a tanti “pro-Palestina” italiani, non serve a preservare nulla, assolutamente nulla, di ciò che serve alla riproduzione della vita della natura e della popolazione della Palestina, da Gaza all’intera Cisgiordania. Il che rende quanto mai oscena la recita delle diplomazie europee intorno al “riconoscimento dello stato di Palestina”, avviata dalla Francia.

Mentre l’esecutivo Netanyahu sta per decidere l’occupazione totale del territorio di Gaza, e le borghesie arabe, più che mai complici degli occupanti – da Algeri al Cairo ai paesi del Golfo – continuano a vietare anche solo di manifestare per i fratelli e le sorelle della Palestina sottoposti ad un massacro senza tregua, arriva da un palestinese di Amman una critica severa (avanzata anche da Georges Abdallah) alla fiacchezza delle piazze arabe in un momento così cruciale per il futuro di Gaza e della causa palestinese.

Tra le eccezioni, in questo contesto, la coraggiosa iniziativa del movimento yemenita Ansar Allah. Ci torneremo su. (Red.)

Comunicato stampa dell’Union of Agricultural Work Committees (UAWC), un’organizzazione membro de La Via Campesina in Palestina.

Ramallah – 31 luglio 2025

In una grave escalation del loro attacco alla sovranità agricola palestinese, le forze militari israeliane hanno effettuato questa mattina un violento raid contro l’Unità di Moltiplicazione dei Semi della Banca dei Semi dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo (UAWC), situata nella città di Hebron, nella Cisgiordania meridionale.

Utilizzando bulldozer e macchinari pesanti, l’esercito israeliano ha distrutto i magazzini di stoccaggio e le infrastrutture dell’unità, dove erano conservati attrezzature essenziali, materiali per le sementi e strumenti per la riproduzione dei semi autoctoni. La distruzione è stata effettuata senza preavviso, sotto protezione militare, e costituisce un duro colpo agli sforzi palestinesi per preservare la biodiversità locale e garantire la sovranità alimentare.

Questo deliberato attacco a una struttura agricola civile è un attacco strategico alle fondamenta stesse della resilienza palestinese. La Banca dei Semi ha svolto un ruolo fondamentale nella salvaguardia delle varietà di semi tradizionali e nell’emancipazione dei piccoli agricoltori attraverso la riproduzione e lo scambio di semi locali.

L’attacco avviene in un contesto di crescente violenza da parte dei coloni, accaparramento di terre e sforzi sistematici da parte dell’occupazione israeliana per smantellare i mezzi di sussistenza delle comunità palestinesi. Distruggere una banca nazionale dei semi è un atto di cancellazione, volto a recidere i legami generazionali tra gli agricoltori e la loro terra.

Chiediamo a tutti i partner internazionali, ai difensori dei diritti umani e ai movimenti di solidarietà di denunciare con forza questo crimine.

Esortiamo un intervento internazionale immediato per chiamare l’occupazione israeliana a rispondere delle sue ripetute violazioni dei diritti agricoli, ambientali e umani.

Un palestinese da Amman

A quale abisso morale siamo giunti? 

In un mondo dominato dall’orrore e dall’assenza di coscienza, la fame e la morte non sembrano più scuotere nessuno. Si organizzano festival del cibo nel cuore delle città ricche, si scattano foto tra risate e vanità, mentre a Gaza i bambini muoiono di fame sotto assedio, nel silenzio vergognoso del mondo. 

Che degrado morale ha raggiunto l’umanità? Che schizofrenia è mai questa che ci fa festeggiare, mangiare e divertirci, mentre i corpi denutriti cadono nei campi profughi e sotto le macerie? Non siamo più solo spettatori: siamo complici. Sì, noi, i codardi, gli indifferenti, siamo quelli che hanno permesso che questa fame diventasse una condanna a morte, che questa ingiustizia diventasse una normalità. 

Abbiamo fallito in ogni prova morale. Non abbiamo alzato la voce quando dovevamo, non ci siamo mossi quando era urgente farlo. Con il nostro silenzio, con il nostro tradimento, con il nostro abbandono delle piazze — quelle stesse piazze che un tempo avevano la forza di spezzare gli equilibri — siamo diventati parte del crimine. 

La tragedia di Gaza, come tutte le tragedie umanitarie, non accade nel vuoto. Avviene sotto regimi criminali e sotto un silenzio internazionale complice, sì, ma anche sotto la nostra rinuncia collettiva alla lotta, sotto il nostro abbandono della speranza nel cambiamento, sotto la nostra fuga dai luoghi dello scontro

Abbiamo lasciato le piazze, quelle piazze che in passato avevano il potere di creare pressione, di imporre trasformazioni, di rovesciare il tavolo. Le abbiamo abbandonate dopo averci convinto che non servivano più, o forse perché eravamo stanchi. Ma la stanchezza non giustifica l’abbandono. E non ci libera dalla responsabilità. 

Per questo, non basta piangere i morti di fame, né condividere un post o recitare una preghiera. Dobbiamo affrontare la verità: li abbiamo traditi. E ciò che serve oggi non è una reazione emotiva passeggera, ma un ritorno autentico alla resistenza, alla posizione etica, all’azione concreta. 

Perché la giustizia non trionfa da sola. Ha bisogno di chi la difenda, di chi sia disposto a pagare un prezzo per essa, di chi si rifiuti di vivere in una pace falsa mentre altri vengono sterminati dalla fame.