Stati Uniti: la Corte Suprema e Trump all’attacco delle donne senza privilegi

Uno dei aspetti più trascurati dell’aggressione trumpiana all’insieme degli strati sociali oppressi della società statunitense, e del mondo, è di sicuro l’attacco alle donne – alla massa delle donne della classe lavoratrice e delle popolazioni nere e immigrate.

Il primo atto clamoroso di questo attacco sotto l’amministrazione Trump 2.0 è di giovedì scorso, 26 giugno, quando la Corte suprema ha deciso: lo stato della South Carolina non ha nessun obbligo di pagare se una paziente si rivolge a un’istituzione sanitaria (in cui si pratica l’aborto) che è stata messa, da quello stato, sulla “lista nera”. L’istituzione chiamata in causa era la Planned Parenthood (Genitorialità pianificata), che è la più grande organizzazione statunitense impegnata nella tutela del diritto all’aborto, e fornisce alle donne servizi sanitari e medici, come la contraccezione, e – negli stati in cui è consentito – l’assistenza all’aborto. La sentenza ha, evidentemente, una portata generale, perché se non esiste l’obbligo per la South Carolina, lo stesso vale per gli altri 49 stati dell’Unione.

Né è finita qui. Perché questa organizzazione (che ha finora una rete di 600 cliniche) riceverà una pugnalata al cuore dalla nuova legge di bilancio federale, approvata il 28 giugno al Senato, che – pur prevedendo un enorme incremento del debito pubblico – azzera i contributi federali alle sue cliniche. In conseguenza di ciò, Planned Parenthood dovrà chiudere almeno 200 delle sue cliniche, quelle situate negli stati governati dai repubblicani, e forse altre ancora. Perché nella sua sentenza la Corte suprema stabilisce che anche le donne bisognose che usufruiscono del Medicaid (l’assistenza sanitaria pubblica per i più poveri) non hanno diritto di scelta in materia di aborto.

“The most pro-life president in American history”, il presidente degli Stati Uniti più pro-vita della storia, lo stesso che si è appena congratulato con il “grande guerriero” Netanyahu per il mostruoso genocidio-infanticidio in corso a Gaza, si è presentato così alla grande. Del resto a maggio si era vantato di essere stato capace di “uccidere” (kill) la sentenza della Corte suprema Roe contro Wade (del 1973), che proteggeva il diritto delle donne di ricorrere all’aborto: “senza di me il movimento pro-life sarebbe stato perdente”. Il suo riferimento è alla decisione del 24 maggio 2022 con cui la Corte suprema a maggioranza trumpiana rovesciò la decisione di cinquant’anni prima, stabilendo (con la sentenza Dobbs) che la Costituzione a stelle e strisce non contiene il diritto all’aborto. Una sentenza dalla portata devastante in quanto consente ad ogni stato di legiferare come crede, senza vincoli di alcun tipo. Fino ad arrivare a considerare l’aborto un omicidio, e la donna che decide di abortire un’assassina da punire.

Esageriamo? No. La campagna elettorale di Trump è stata accompagnata dalla diffusione del “Project 2025”, un mega-documento (di 900 pagine) dell’ala destra militante del suo elettorato di sostegno, che contiene una serie di suggerimenti (desiderata) volti a stabilire un divieto legale, o almeno un divieto di fatto, dell’aborto su scala nazionale (federale). Trump ha preso le distanze in pubblico da questo documento, ma negli stati a maggioranza repubblicana si sta andando esattamente in questa direzione. E lui stesso è sotto pressione da parte di chi gli chiede di usare il Comstock Act del 1873 per mettere al bando le pillole abortive e, con esse, l’assistenza medica alle donne che desiderano interrompere la loro gravidanza.

Gli stati repubblicani non si limitano al divieto di aborto entro il proprio territorio; stanno iniziando a perseguire i medici e le strutture sanitarie di altri stati per l’assistenza a distanza data a proprie cittadine attraverso la telemedicina, o imponendo multe salatissime (il Texas), o prevedendo, come la Louisiana, la reclusione fino a 15 anni dei medici che prescrivono le pillole, oppure introducendo il limite massimo legale delle 7 settimane dal concepimento (al posto delle attuali 10).

Ma il fanatico movimento anti-abortista non si contenta di queste “mezze misure”, punta con sempre maggiore insistenza ad immettere nella legislazione federale e dei singoli stati il concetto di “fetal personhood”, personalità giuridica del feto, che quindi va legalmente protetto – il primo passo per equiparare l’aborto all’omicidio e punirlo per tale. A metà 2024 in cinque stati erano presenti progetti di legge di questo tipo. In Oklahoma il progetto, finora bocciato, prevedeva l’ergastolo o anche la pena di morte per l’“assassina”, mentre in altri stati si stanno creando database istituzionali per controllare le donne in gravidanza e impedire loro di abortire, anche in caso di gravidanze da violenza sessuale o totalmente indesiderate. Una sorta di terrorismo psicologico di stato contro l’autodeterminazione delle donne.

Inutile dire: il nuovo papa amerikano, un autentico crociato in materia, dà forza e autorità a questa tendenza, che affonda le sue radici in un limaccioso mix di oltranzismo religioso tipico delle sette evangeliche, suprematismo bianco, vetero-patriarcalismo, e più o meno dichiarato terrore di doversi ora confrontare/scontrare con un paese (la Cina) che ha 1.400.000 di esseri umani, laddove una delle componenti del primato statunitense nel secolo scorso è stata la sua superiorità demografica sui nemici da battere (stati europei, Giappone, Germania) e la sua crescente forza demografica.

La Chiesa cattolica statunitense è schierata senza se e senza ma in questo campo dalla parte di Trump e dei trumpiani. In occasione del terzo anniversario della sentenza Dobbs della Corte suprema, il vescovo di Toledo (Ohio) Thomas, capo delle “attività pro-vita” della Conferenza episcopale statunitense, ha spinto i propri fedeli ad attivarsi con più decisione per proteggere i “bambini non nati” pressando i propri rappresentanti nelle istituzioni. Ha esortato le parrocchie a “continuare ad accogliere, abbracciare e accompagnare le donne che affrontano gravidanze inaspettate o difficili attraverso iniziative come Camminare con le mamme nel bisogno”. E, infine, si è detto certo che il governo federale saprà “disboscare Planned Parenthood e altre organizzazioni il cui profitto abortista danneggia donne e bambini”. 

A pagare il prezzo di questa offensiva ultra-reazionaria contro le donne e contro una vita che sia degna di essere vissuta, sono soprattutto le donne della parte più povera della classe lavoratrice, le donne nere, le immigrate, a cui risulta più difficile cambiare stato per poter abortire e, negli stessi stati non proibizionisti, accedere gratuitamente alle cure. La crescita della mortalità infantile e della morte da parto negli ultimi tre anni è provata, ma alcuni degli stati proibizionisti (come il Texas) rispondono disponendo la non registrazione di questi fenomeni…

Il dato di realtà decisivo è che negli Stati Uniti, anche dopo la sentenza Dobbs e l’offensiva della prima amministrazione Trump, gli aborti sono in aumento. Nel 2023 hanno raggiunto il livello più alto dal 2011; nel 2024 sono ulteriormente aumentati, sia pur di poco, a 1.038.100. Parliamo solo di quelli ufficialmente registrati; è probabile, però, che con la crescita del proibizionismo e le relative multe e incriminazioni per il personale sanitario, siano in crescita gli aborti “clandestini”, quelli a maggior rischio di morte per le donne. Gli aborti, infatti, con il ricorso delle donne a questo loro “triste diritto” per interrompere gravidanze non volute, hanno come cause profonde la diffusa violenza nelle relazioni inter-personali, la povertà e l’emarginazione sociale, la fragilità dei rapporti affettivi, la precarietà delle condizioni di lavoro e di vita, la tensione sfibrante per proteggere il proprio impiego, la malferma salute di tante donne giovani. Le legislazioni di un colore o di un altro c’entrano ben poco. Quelle proibizioniste o abolizioniste possono soltanto rendere l’accesso all’aborto più difficile, costoso, doloroso, pericoloso, a misura che non intervengono affatto sulle cause, anzi – com’è nel caso delle politiche del Trump 2-0 – le inaspriscono perché tagliano l’assistenza sociale e sanitaria a milioni e milioni di donne indigenti.

Forse è il caso di ricordare che la rivendicazione da parte delle donne dell’autodeterminazione della propria sessualità e delle proprie capacità riproduttive “ha un carattere difensivo e riguarda ogni singola donna nel momento in cui il suo corpo è messo in gioco per procreare figli, cosa che in nessun caso può essere determinata da altri. E’ evidente che, nella prospettiva di una società futura che abbia abolito lo stato di cose presenti, e quindi anche l’oppressione di genere, la decisione della procreazione dovrà non solo essere condivisa da entrambi i genitori (cosa che in parte avviene già ora), ma sarà spontaneamente responsabile anche rispetto agli interessi della specie” (La posta in gioco. Riflessioni e proproste per un femminismo rivoluzionario, 2021, p. 19).

Tornando dal futuro sognato all’amaro presente, però, l’offensiva contro il diritto all’interruzione di gravidanza assistita e all’accesso informato alla contraccezione vede in azione – negli Stati Uniti – l’asse asse tra stato federale / Corte suprema / stati repubblicani / Chiesa cattolica / chiese pentecostali / movimento Alt Right, che può essere fermato solo da un’amplissima e radicale mobilitazione collettiva delle donne capace di convergere con i movimenti di protesta in corso contro la guerra agli immigrati e contro i tagli decretati dal DOGE di Musk alle spese sociali e sanitarie.

Contro un’asse di tale potenza e aggressivo oscurantismo non possono certo bastare le pressioni sui singoli stati o legislatori democratici affinché introducano più forti protezioni per il personale medico, e stanzino maggiori fondi per l’interruzione volontaria di gravidanza e la contraccezione – come pure sta avvenendo nello stato di New York, in California, in Colorado. La battaglia per la “giustizia riproduttiva” è essenzialmente da dare nelle piazze, nelle comunità d’immigrazione, sui luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, ovunque nella società, perché l’offensiva della maggioranza trumpiana contro le donne è un’offensiva “culturale”, ideologica, propagandistica con un’inequivocabile impronta sessista e patriarcale. E a tale livello va combattuta, frontalmente. Contrapponendo ad essa un’altra idea di società, di rapporti sociali, di riproduzione sociale, di donna (e di uomo), di rapporti tra i sessi, integralmente anti-capitalista, improntata alla prospettiva di liberazione da tutte le forme di oppressione e di sfruttamento.

Va rilevato in termini autocritici che nella stessa Conferenza internazionalista di Napoli, dove è stato approvato un solido documento contro l’ascesa delle destre fascistoidi in tutto il mondo, questo specifico, e nello stesso tempo generale, aspetto della loro offensiva, messo in luce nell’intervento della compagna Paola della TIR, non è stato raccolto e integrato come meritava. Questa debolezza, questa reticenza a trattare la tematica dell’oppressione femminile come questione di primo rilievo neppure quando è chiaramente tale – com’è nel caso dell’offensiva in atto delle destre estreme nel mondo dagli Stati Uniti all’Italia, dal Brasile all’Ungheria e alla Polonia – per poter essere superata, va anzitutto compresa nelle sue radici. Non si tratta, infatti, di qualcosa di episodico, per cui c’è da interrogarsi sul tipo di processo rivoluzionario che si ha in mente.

Si tratta di una debolezza che solo un femminismo rivoluzionario, non attardato su posizioni economiciste, solo una teoria rivoluzionaria completamente emancipata dalle pastoie dello stalinismo, possono aiutare a superare. Mentre è escluso che il femminismo mainstream, ossessivamente identitario e individualista, sia in grado di condurre una battaglia frontale del genere, che ha anche una valenza anti-coloniale e anti-militarista. Non a caso l’intervento della compagna della TIR a Napoli si intitolava: “No more children for your wars! Mai più figli per le vostre guerre!”.