CORVI, Giovanni “Bergamo”

(Teglio, 1898 – Cocconato d’Asti, 1944), carpentiere

Viva quel comunista
che la fece così bella

impugnò la rivoltella
contro Casalini

[…]
Applausi noi faremo
a quell’eroe di comunista
che ci levò dal mondo
l’infamia di un fascista [1]

 

Ci sono donne e uomini che appaiono fuori dalla storia, nonostante che le loro scelte e la loro stessa vita siano state radicalmente dentro e contro l’ineluttabilità della storia. Sovente il loro essere senza-storia coincide con l’essere stati degli o delle “irregolari”. Una di queste ombre ha nome Giovanni Corvi e il 12 settembre 1924 – anno terzo dell’Era fascista – uscendo dall’anonimato, salì alle cronache nazionali:

L’on. Armando Casalini, deputato fascista della circoscrizione lombarda, ex repubblicano, attualmente vicepresidente generale della Federazione delle corporazioni sindacali fasciste, è stato ucciso stamane a revolverate in un tram su viale Giulio Cesare [a Roma]. L’uccisore è stato arrestato e identificato per l’operaio Giovanni Corvi, un esaltato.

La stampa s’era infatti affrettata ad escludere la matrice politica dell’omicidio, sostenendo che l’attentatore «non risulta sia mai stato né anarchico né comunista né socialista»[2]. Soltanto l’organo del Partito fascista, «Il Popolo d’Italia», il 13 settembre non esitò a riferire in prima pagina che l’omicida aveva in tasca alcune fotografie di Matteotti e che «il Corvi è comunista iscritto al partito». In realtà, nella perquisizione personale non gli era stata trovata alcuna tessera e neppure in fase processuale emerse documento o prova che confermasse tale adesione; così come cadde subito l’ipotesi di un complotto, peraltro costata l’arresto per tre operai, suoi colleghi di lavoro, poi risultati estranei all’attentato[3].

Apparve comunque subito evidente che il suo gesto era strettamente legato all’assassinio del deputato socialista Matteotti, sequestrato da squadristi fascisti al servizio del Viminale nel giugno di quell’anno cruento[4].

Al momento dell’arresto, secondo alcune fonti, avrebbe gridato «Vendetta per Matteotti!» e comunque questa fu la motivazione che lui sostenne appena dopo la cattura («Hanno ucciso Matteotti che era mio fratello, come mi hanno ammazzato lui io ho voluto ammazzare Casalini») e poi nel corso dell’interrogatorio nel commissariato di P.S. del quartiere Trionfale, riaffermando la volontà di aver voluto vendicare il suo «fratello d’ideale». Più reticente, invece, fu riguardo la propria appartenenza politica e al poliziotto che lo interrogava, rispondeva: « – Appartieni al partito comunista? – Non lo so. – Sei socialista? – Non so nulla».

Secondo la «Gazzetta livornese» del 12 settembre, «stretto da domande, ammise di essere di fede rivoluzionaria». Tenne inoltre a precisare che, prima dell’assassinio del deputato socialista, non aveva mai avuto intenzioni omicide, ma quando, nel giorno in cui i partiti dell’opposizione avevano deciso di commemorare Matteotti, Casalini aveva «per sfregio» esposto «alla finestra una scopa» in lui era maturata la decisione di fargli pagare tale insulto.

Corvi aveva allora 26 anni, essendo nato a Teglio (So), in Valtellina, il 31 maggio 1898; era operaio e un reduce della guerra mondiale; infatti, chiamato alle armi nel 1916 e arruolato nel 5° Reggimento alpini “Tirano”, combattendo sull’Ortigara e riportando una ferita, per poi essere congedato soltanto nel 1920. Da circa tre anni, dopo aver tentato di emigrare in Austria, s’era trasferito da Sondrio nella capitale in cerca di lavoro e, per via del suo accento settentrionale, tra i conoscenti romani, era conosciuto con il soprannome di Bergamo.

Fino al suo arresto, non risultavano idee politiche da lui professate ed aveva solo qualche precedente per reati minori contro il patrimonio e le persone. Anche nello scarno fascicolo del Casellario politico centrale (ACS, CPC, b. 1496, “Giovanni Corvi”), aperto soltanto dopo quel 12 settembre, v’è poco o niente: solo comunicazioni rispetto ai suoi trasferimenti da detenuto; niente su attività politiche svolte in precedenza, tanto che pure la polizia s’interrogò a riguardo, ma senza acquisire alcun elemento.

 

IL DOPO-MATTEOTTI

La feroce liquidazione dello scomodo quanto irriducibile avversario di Mussolini destò un’ondata di proteste popolari tali da mettere in pericolo la nascente dittatura. In varie zone dell’Italia centro-meridionale si verificarono agitazioni e sollevazioni spontanee. A Roma vi fu un esteso sciopero nei cantieri edili mentre in alcune fabbriche furono esposte bandiere rosse e foto del deputato socialista. A Napoli durante lo sciopero degli operai metalmeccanici si verificarono scontri di piazza tra fascisti e antifascisti; a Bari furono attuati analoghi scioperi operai, mentre a Catania, Foggia e Messina si tennero cortei e comizi. Nella capitale, inoltre, numerose migliaia di antifascisti armati legati al movimento Italia Libera si mobilitarono nottetempo in vista di uno sciopero generale insurrezionale che i comunisti di Gramsci e gli anarchici di Malatesta cercarono, invano, di far proclamare ai sindacati e al resto della sinistra. Persa dalle opposizioni parlamentari l’occasione senz’altro propizia, Mussolini poté superare la crisi istituzionale ed avviò anzi la trasformazione del suo governo in regime. Poco tempo prima della sua tragica scomparsa, Matteotti – rivedendo le sue precedenti posizioni legalitarie – aveva scritto: «C’è tanto bisogno di energia, di coraggio, di arditezza!», ma se tale invito non fu raccolto dall’antifascismo ufficiale, non mancarono le iniziative spontanee e individuali, dalle scritte murali agli attentati.

 

L’UCCISIONE DI CASALINI

A Roma, Corvi aveva trovato impiego prima come custode e poi come carpentiere. In quei giorni era addetto presso un cantiere che eseguiva riparazioni all’Acqua Lancisiana, alla Lungara, e rifornendo d’acqua il villino Pozzi, a Monte Mario, aveva avuto modo di individuare Casalini che vi risiedeva. Nato a Forlì nel 1883, già volontario ciclista durante la guerra, Armando Casalini era in quel momento vicesegretario generale delle Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali (fasciste), ma aveva alle spalle un percorso che, dall’originaria intensa militanza repubblicana in Romagna, coronata con la nomina a segretario nazionale del Partito repubblicano dal luglio 1916 all’aprile 1920, lo aveva portato ad avvicinarsi al fascismo e a Mussolini, suo conterraneo. Fu infatti nell’aprile del 1920 che, in disaccordo con la posizione del PRI riguardo l’Impresa di Fiume, si dimise da tutti gli incarichi di partito, ritenuto «retrivo», e nel 1922 era stato uno dei fondatori dell’Unione mazziniana nazionale, filofascista, venendo definitivamente espulso dal Partito repubblicano. Dopo aver partecipato alla Marcia su Roma, nel 1924 era stato candidato nel cosiddetto listone fascista e quindi eletto deputato al Parlamento per la circoscrizione della Lombardia. L’Unione mazziniana nazionale, nel 1925, era poi entrata a far parte dell’Istituto fascista di cultura. Durante la crisi Matteotti, Casalini aveva quindi difeso Mussolini contro l’opposizione antifascista, contraddicendo il ritratto offerto dalla storiografia di destra quale «un mite sindacalista completamente estraneo al delitto di giugno» (Vinicio Araldi), nel maldestro tentativo di equipararlo a Matteotti.

Determinato a vendicare Matteotti, Corvi acquistò, per 105 lire, una pistola “Browning” (secondo altre fonti, una “Beretta” cal. 6,35) con 29 cartucce e, conoscendo le abitudini di Casalini, scelse di colpirlo sul tram n. 23 della linea da Monte Mario a Porta Trionfale, attorno alle ore 10. Dopo aver bevuto del liquore per farsi coraggio, Corvi salì a bordo alla fermata presso la caserma del Genio, ed esplose quattro colpi – nella vettura tramviaria furono infatti rinvenuti quattro bossoli – ma sicuramente erano stati due i proiettili che colpirono mortalmente la vittima, all’occipite e alla tempia destra, alla presenza atterrita della figlia Lidia quattordicenne[5]. Trasportato all’ospedale S. Spirito, decedette alle 11.38 (11.45 secondo altre fonti). L’attentatore riuscì a scendere dal tram, ma dopo un lungo inseguimento e una sparatoria fu catturato da un maresciallo della Guardia di Finanza, da un altro finanziere di guardia in servizio alla barriera daziaria della Balduina e dal segretario della sezione fascista della Madonna del Buon Riposo, aiutati da un tabaccaio.

Nella descrizione lombrosiana sulla stampa, «il Corvi, di bassa statura, magro, segaligno, ha la faccia torva con un paio di baffetti rossi. Egli porta la barba non curata e l’abito, poverissimo, ha un aspetto miserevole». Sul disegno in copertina de «La Tribuna illustrata» del 21-24 settembre 1924, fu raffigurato nel momento dell’attentato, con tanto di fazzoletto rosso al collo,

La morte di Casalini, solennemente commemorata dallo stesso Mussolini, da Edmondo Rossoni e dal segretario del PNF Augusto Turati, entrò subito nel martirologio della cosiddetta Rivoluzione fascista come vittima della «rivoltella comunista». Il 15 settembre, nonostante la sua risaputa affiliazione massonica risalente al 1916, i funerali di Stato si svolsero presso la chiesa di S. Giacomo al Corso, alla presenza del duce, dei membri del governo nonché di deputati e senatori fascisti, anche se «la popolazione romana [è] in grandissima parte assente». Delegazioni fasciste provenienti dalla provincia e da Forlì accompagnarono la salma in corteo sino in Piazza Tiburtina, anche se gli squadristi più agitati avrebbero voluto giungere sino al Verano, sfidando il rischio di incidenti con gli antifascisti di S. Lorenzo. Comunque vennero compiuti disordini e saccheggi, nonché violenze ai cittadini: «devastate e arse diverse sedi politiche ed operaie, assaltati i giornali di opposizione», nonostante che il Partito socialista unitario e il Partito popolare avessero inviato le loro condoglianze alla famiglia dell’esponente fascista ucciso. Sia nei mesi che negli anni seguenti, Mussolini «rese omaggio alla memoria del Martire in diverse occasioni» e lo storico di regime Armando Lodolini gli dedicò ben sei pagine apologetiche nel volume I grandi scomparsi e i caduti della Rivoluzione fascista (1942).

 

LE RAPPRESAGLIE

La sera stessa dell’attentato, i fascisti romani si ritrovarono a piazza Cavour, da dove partirono per assaltare e incendiare le sedi de «La Voce Repubblicana» e della direzione del PRI, mentre i carabinieri riuscirono a fermare l’irruzione nella redazione del quotidiano liberale «Il Giornale d’Italia» in via del Corso. A Milano, invece, oltre agli incidenti avvenuti in Galleria, si registrò un tentativo di assalto agli uffici del «Corriere della sera», una minacciosa dimostrazione sotto la casa dell’on. socialista Filippo Turati, la devastazione del Circolo repubblicano di via Sala, degli uffici de «La Giustizia» e della sede dei Circoli massonici in via Spiga. Invece, attaccando per la terza volta in quattro anni la sede dell’Associazione Arditi d’Italia in via Bonvesin de la Riva, si trovarono di fronte il fuoco degli aderenti. A Roma, come anticipato, il giorno dei funerali venne nuovamente presa di mira la redazione de «Il Giornale d’Italia» con rottura di vetri e di bacheche e furono intentate incursioni contro la redazione de «Il Mondo», la sede del Partito popolare in via Ripetta, gli uffici – gravemente danneggiati – del Partito socialista, della sede della Federazione del libro e della redazione del giornale satirico «Sancio Panza». Analoghe devastazioni e bastonature vennero compiute a Bari, Livorno, Firenze, Perugia, Ancona, Venezia, Bergamo, Foligno… ai danni di sodalizi socialisti e repubblicani, associazioni massoniche e circoli cattolici, sollevando le proteste anche de «La Civiltà cattolica» che giunse a scrivere: «non meno indecente fu la gazzarra menata dai giornali fascisti».

 

UN VENTENNIO DI DETENZIONE

Seppure la storiografia comunista (così come quella anarchica[6]) non lo avrebbe mai rivendicato come un proprio militante, sconfessando politicamente l’azione individuale, Corvi – una volta arrestato ed interrogato prima dai poliziotti e poi dagli psichiatri – affermò con grande lucidità le sue convinzioni, dimostrando d’essere tutt’altro che uno «squilibrato».

Nel suo iter detentivo, comune a quello di centinaia di oppositori politici al regime, attraversò le diverse misure punitive: carcere, manicomio, confino, internamento.

Subito dopo l’arresto venne «internato al locale [di Roma] manicomio provinciale e sottoposto a due periodi di osservazione, [ma] non fu riconosciuto affetto da alcuna malattia mentale», ciò nonostante rimase per quattro anni al Santa Maria della Pietà. Alle sue rimostranze, «era stato legato al letto e, appena aveva cominciato a urlare per sete, gli era stata fatta bere dell’acqua bollente. Alcuni sorveglianti gli avevano poi strappato le unghie dei piedi, ma al medico che successivamente lo aveva visitato era stato detto che se l’era strappate da solo».

Nonostante la sua drammatica detenzione, era riuscito a mantenere il proprio equilibrio, mostrandosi socievole con gli altri ricoverati e il personale, ripetendo che avrebbe preferito essere processato piuttosto che «essere internato in manicomio», in quanto non si riteneva pazzo e neppure pentito. Interrogato dagli psichiatri nel giugno del 1927, parlò della situazione in Russia, argomentando l’opera di disinformazione della stampa borghese, pur ammettendo che i bolscevichi avevano ucciso molte persone, anche se controrivoluzionari. Aggiungeva pure che avrebbe preferito vivere in Russia invece che in Italia, dove si poteva essere uccisi per portare una camicia rossa o una cravatta o per non essersi prontamente tolto il cappello.

Il 23 luglio 1927 venne temporaneamente dimesso, per «non provata psicosi», e rinviato a giudizio.

Sempre sottoposto alle attenzioni della polizia e della Milizia fascista, fu assolto dall’imputazione di omicidio, per «totale infermità mentale», perciò a seguito di questa sentenza del Tribunale nel 1932 venne di nuovo rinchiuso nel manicomio criminale di Aversa, dal quale gli organi di P.S. richiesero il rilascio per fargli scontare 4 anni di confino, «trattandosi di elemento manifestatosi estremamente pericoloso».

Nel maggio del 1941, allo scadere del periodo di detenzione, venne ugualmente trattenuto al confino delle Tremiti, «per tutto il periodo della guerra». Nel settembre del 1943, il «provvedimento di internamento […] è revocato» e il 6 settembre Corvi potè fare rientro a Sondrio dai suoi familiari, ma il 22 maggio del 1944 fu qui arrestato, su delazione, dai militi repubblichini, in quanto «costituisce un pericolo per l’ordine pubblico in questo delicato momento».

Sia il Ministero dell’Interno della RSI e il capo della polizia repubblichina, Tullio Tamburini si interessarono dell’avvenuto arresto. Le autorità di Salò ne decisero perciò l’internamento «nelle contingenze belliche» ed infatti venne trasferito al campo di concentramento di S. Martino Rosignano, in provincia di Alessandria. Il 24 ottobre 1944 si ha notizia del suo prelevamento, insieme ad altri detenuti, da parte della polizia tedesca «per ignota destinazione», ossia a Cocconato d’Asti, presumibilmente presso un campo di transito verso i lager già utilizzato per imprigionare ebrei non italiani, dove risulta deceduto il 31 dicembre 1944.

MARCO ROSSI

 

[1] www.antiwarsongs.org

[2] La scena dell’assassinio e la figura dell’omicida, «La Stampa», 13 settembre 1924

[3] Il complotto inesistente, «Il Conferenziere Libertario», ottobre 1924.

[4] Sulla partecipazione di Mussolini alle esequie del 15 settembre, si veda una foto in Eva Paola Amendola, La nascita del fascismo 1919-1925, Roma, Editori Riuniti, 1998, p. 174. Altre foto del funerale sono visibili nel sito web dell’Archivio Luce (https://patrimonio.archivioluce.com).

[5] La stampa sottolineò strumentalmente tale drammatica circostanza, così come il fatto che Casalini aveva altri quattro figli, in quanto in occasione dell’assassinio di Matteotti non aveva mostrato un’analoga pietà per i suoi figli rimasti orfani.

[6] Sulla stampa anarchica nei confronti di Corvi, definito semplicemente come un operaio, non si nascose una certa simpatia; in particolare, l’anarchico Raffaele Schiavina, direttore del periodico italo-americano «L’Adunata dei refrattari» riteneva l’atto di Corvi molto più savio degli inviti alla mansuetudine degli “aventiniani”, affiancandolo agli attentatori anarchici che avevano cercato di uccidere Mussolini o che avevano giustiziato esponenti del fascismo all’estero.

 

FONTI: M. Rossi, Un irregolare dell’antifascismo, «Umanità nova», 21 novembre 2010; R. Carocci, Roma sovversiva. Anarchismo e conflittualità sociale dall’età giolittiana al fascismo (1900-1926), Odradek, 2012; M. Petracci, I matti del Duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista, Donzelli, 2014; M. Rossi, Capaci di intendere e di volere. La detenzione in manicomio degli oppositori al fascismo, ZiC, 2014; M. Petracci, Non perdonabile, non correggibile: vita e morte di Giovanni Corvi, Franco Angeli, «Storia e problemi contemporanei» n. 3, 2015; J. Foot, Gli anni neri. Ascesa e caduta del fascismo, Laterza, 2022; https://talpalab.blogspot.com/2014/07/storie-da-una-roma-ribelle_28.html; https://www.forlipedia.it/armando-casalini/

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