CONFLITTI ARMATI, ATTACCHI TERRORISTICI, TERRORISMO DI STATO, GUERRE IDEOLOGICHE, LE NUMEROSE CARTE DELLA PARTITA TRA LE POTENZE

Grozny, manifestazione anti-Charlie Hebdo
Grozny, manifestazione anti-Charlie Hebdo

Alla grande manifestazione di Parigi a difesa di supposte libertà democratiche e valori occidentali, contro l’attacco terroristico dell’estremismo islamico alla rivista satirica francese Charlie Hebdo (nota 1), ha risposto una serie di contromanifestazioni in vari paesi musulmani, Nigeria, Niger, Pakistan, Afghanistan, etc. Quella nella capitale cecena, Grozny, alla quale avrebbero partecipato tra gli 800mila e il milione di manifestanti musulmani, è forse la più significativa dal punto di vista dell’utilizzo spregiudicato e cinico dei sentimenti religiosi delle grandi masse da parte dei governi delle potenze imperialistiche.

La Cecenia, circa 1,25 milioni di abitanti, è la maggior regione musulmana della Russia. Benché ufficialmente faccia parte della federazione russa come esito di due guerre [vedi riquadro storico], il Cremlino consente che la costituzione russa venga in alcuni casi sostituita dalla sharia. Il luogotenente di Putin a Grozny, il presidente Ramzan Kadyrov, ha organizzato questa imponente manifestazione di protesta “contro chi offende il Profeta” cavalcando l’indignazione dei credenti ceceni e chiamando a raccolta anche i musulmani degli altri paesi del Caucaso, come valvola di sfogo allo scontento della maggioranza islamico-sunnita cecena. Putin ha però nel contempo vietato le manifestazioni anti-Charlie Hebdo a Mosca, per timore di disordini nella capitale più musulmana d’Europa, dove sono presenti anche wahabiti e seguaci di altre sette radicali.

Se in Occidente Hollande ha utilizzato la strage di Charlie Hebdo per giustificare i propri interventi in Africa, dal Mali, Chad, e in Medio Oriente, Netanyahu si appella all’anti-terrorismo per massacrare i palestinesi, la contro-manifestazione in Cecenia, dove decine di migliaia di civili sono stati uccisi nelle due guerre condotte dal Cremlino per schiacciare un movimento separatista, è utilizzata per incanalare lo scontento popolare, contro le “forze del Male” occidentali.

Mosca conosce l’instabilità dell’area del Caucaso, in particolare in Cecenia, una regione strategica tanto per la sua posizione di ponte tra Europa, Medio Oriente e Asia, che per le risorse energetiche e le rotte connesse.

Nelle aspre montagne e nelle province limitrofe di Daghestan, Inguscezia e Cabardino-Balcaria la lotta dei separatisti continua a ribollire; diversi capi guerriglieri hanno di recente postato un video nel quale giurano fedeltà allo Stato Islamico, un segnale che la guerra di resistenza potrebbe inasprirsi. La fragilità della regione è stata confermata lo scorso dicembre in Cecenia dall’attacco sferrato nel centro di Grozny, che ha causato almeno 20 vittime.

Il terreno materiale che alimenta lo scontento e la rabbia della popolazione cecena è riassumibile con pochi dati.

Al termine del conflitto con Mosca, l’economia della Cecenia erano in rovina, la popolazione era molto traumatizzata e frammentata da anni di violenza, oppressione e ostilità. La guerra aveva distrutto il 70% delle abitazioni del paese, raso al suolo Grozny, la capitale industriale, annientato agricoltura e industria, comprese le infrastrutture per la produzione petrolifera, e quelle per i trasporti ferroviari e aerei. Oltre al 90% della popolazione si ritrovò disoccupata.

Nonostante i finanziamenti per la ricostruzione economica (nota 2), nel 2009 la Cecenia era ancora al 79° posto (nota 3) degli 80 oblast (province) russi, nella classifica del PIL pro-capite, solo davanti all’Inguscezia (nota 4). Nel 2012 il suo tasso di disoccupazione era attorno al 36% (nota 5), il 50% della popolazione vive con meno di $1,1 al giorno (nota 6). L’attuale presidente ceceno, Ramzan Kadyrov, utilizza per i suoi capricci personali e per opere fastose quanto inutili alla popolazione buona parte dei finanziamenti che riceve da Mosca. Oltre il 90% del bilancio statale ceceno è costituito da trasferimenti da Mosca, e una buona parte dell’occupazione dipende dalla ricostruzione di Grozny, anch’essa finanziata dal Cremlino. Un reciproco legame a doppio filo tra Kadyrov e Putin, economico e politico.

Grozny, distrutta dai bombardamenti russi

Purtroppo la massa della popolazione cecena, sollecitata a difesa della propria identità religiosa, dimenticando la recente storia di oppressione e repressione da parte dell’impero russo, segue le mene di Kadyrov. Sembra non ricordare che nella sua qualità di capo del Servizio di Sicurezza Presidenziale Ceceno, Kadyrov è stato spesso accusato di essere brutale, spietato e antidemocratico; per la stampa, è implicato in numerosi casi di tortura e omicidio. Il 75% di tutti gli assassinii, stupri, rapimenti e casi di tortura in Cecenia sarebbero stati commessi dalle forze paramilitari agli ordini di Kadyrov (nota 7), 3000 uomini noti come Kadyrovtsy. La giornalista russa, Anna Politkovskaya, stava conducendo un’indagine sui crimini di Kadyrov quando venne assassinata nel 2006. Nel villaggio nativo di Kadyrov ci sarebbero, secondo International Helsinki Federation for Human Rights, almeno due carceri segrete dove vengono detenuti e torturati i parenti dei guerriglieri ceceni.

I lavoratori ceceni a cui la guerra hanno sottratto casa, lavoro e dignità, in mancanza di una organizzazione di classe cercano conforto nella religione ed ora si trovano accusati in quanto credenti delle atrocità commesse da gruppi terroristici al servizio di interessi a loro del tutto estranei e contrapposti. Si mobilitano a centinaia di migliaia fornendo inconsapevolmente un apparente consenso di massa all’imperialismo russo, con il volto di Putin, ma anche ad oligarchi e signori della guerra semi-feudali come Kadyrov, un potente strumento da utilizzare nella guerra che costoro stanno conducendo contro i propri avversari nel Caucaso e in Medio Oriente.

Non pensiamo che la liberazione dalle ideologie religiose possa realizzarsi prima che vengano meno le cause materiali che le nutrono, cioè le condizioni di asservimento dell’uomo sull’uomo dettate dal sistema capitalistico. Speriamo però che lo sviluppo di una coscienza di classe da parte dei lavoratori salariati sospinga nella sfera privata il credo religioso di qualsiasi tradizione, lasciando un posto di primo piano alla solidarietà internazionalista tra gli sfruttati e alla lotta contro gli sfruttatori.


Nota 1: 1,6-2 milioni di persone secondo il governo francese.

Nota 2: Nel 2000-2010 il governo russo ha speso $30 MD nel Nord Caucaso, e ne dovrebbe erogare altri $80 MD entro il 2015.

Nota 3: Con $5 023, a parità di potere d’acquisto.

Nota 4: Dati Onu.

Nota 5: Bloomberg, 25.04.2013

Nota 6: Dati UNICEF

Nota 7: Secondo l’associazione tedesca per i diritti umani (Associazione per i Popoli Minacciati – GfbV)

I ceceni e l’imperialismo russo, una storia di guerre e repressione

Durante lo stalinismo, nel 1944, la regione del Caucaso ha vissuto la deportazione di massa della sua popolazione, accusata di collaborazionismo coi tedeschi. Dopo un esilio di 13 anni in Asia Centrale, dal 1957 ceceni e ingusci cominciarono a tornare nelle loro terre, che però erano state ripopolate da cittadini di altre nazionalità.

Con la dissoluzione dell’impero sovietico nel 1991, l’ex ufficiale dell’aeronautica sovietica, Dzhokhar Dudayev proclamò l’indipendenza della Cecenia dalla Russia. Nella prima guerra che ne seguì (1994-96), nonostante la superiorità numerica e di armamenti, con l’utilizzo anche di cacciabombardieri, le truppe inviate da presidente russo Yeltsin vennero sconfitte dai guerriglieri ceceni. Centomila le vittime, di cui 35 000 civili nel solo bombardamento di Grozny. Nel 1999 – di fronte al rischio di espansione al Dagestan del movimento separatista sostenuto dai guerriglieri ceceni – l’allora primo ministro Putin condusse la seconda guerra cecena con maggiore determinazione e brutalità, 25-50mila le vittime, e in due settimane schiacciò la resistenza cecena, che tuttavia continuò in azioni minori fino al 2009, quando Mosca dichiarò ufficialmente terminate le operazioni “anti-terroristiche” in Cecenia. A sollecitare la chiusura del conflitto il potente gruppo statale dell’energia, Rosneft, che ambiva al controllo delle risorse petrolifere cecene. Per poter porre fine agli scontri, Putin dovette venire a patti con il clan ribelle di Ahmad Kadyrov (padre dell’attuale presidente, mufti sufita, assassinato nel 2004) al quale diede potere e finanziamenti per la ricostruzione.