LA VITTORIA CHE CONTA (E CHE MANCA)
Editoriale pagine marxiste n. 41

Con la sonora bocciatura del suo referendum ad opera del malcontento popolare Renzi, appoggiato dai media e dai padroni del vapore, si ritira, almeno temporaneamente, per lasciare il posto a uno dei suoi fedelissimi. Mentre scriviamo non ci è dato sapere se il nuovo governo – sostanzialmente un “Renzi bis” con un altro premier – indirà presto nuove elezioni (magari per poter schivare un possibile referendum abrogativo del Jobs Act) o varerà prima una nuova legge elettorale. Anche se il grande capitale cambia il cavallo, ormai bolso, chi lo sostituisce ha il mandato di portare avanti lo stesso programma di fondo, seppure con uno stile meno sbruffone: regali ai padroni con meno tasse, un basto sempre più pesante sulla schiena dei lavoratori, e la frusta del padrone sempre più in libertà. Fino a quando i lavoratori non diranno basta con la lotta.

Salvini, Berlusconi, D’Alema e Bersani cantano vittoria insieme al “NO sociale”. Le pensioni anticipate APE e il ritocco alle pensioni basse, gli 85 euro agli statali dopo 9 anni di blocco, la firma del contratto metalmeccanici, il terrorismo su crisi finanziaria e fallimenti delle banche se vince il NO non sono bastati a neutralizzare il malcontento sociale per il Jobs Act della precarizzazione, il calo dei salari, la disoccupazione e i regali a padroni e padroncini. Gran parte dei proletari ha votato NO al governo Renzi prima che alla sua riforma costituzionale. E quasi altrettante persone di quelle che hanno detto NO non sono andate a votare. Questo è il dato positivo del referendum.

La riforma costituzionale per aumentare la centralizzazione del potere politico è affondata, questo sistema marcio resta. Ma perché questo NO di opposizione a Renzi e al suo governo possa davvero cominciare a cambiare le cose e non semplicemente la persona o i partiti al governo, occorre che cresca tra i lavoratori un movimento di lotta – e un’organizzazione politica indipendente dei proletari. Non è il voto, né per un referendum né per il Parlamento, che potrà cambiare in meglio le loro condizioni.

Renzi sperava che, anche stavolta, grazie all’abile dosaggio di “prebende” finalizzate al voto di berlusconiana memoria (perlopiù dei bluff), il referendum potesse essere il trampolino per un rafforzamento della sua leadership e del suo ruolino di marcia.

Invece gli è andata male, ed una nuova incipiente crisi politica si sta profilando all’orizzonte, foriera di turbolenze (elezioni sì-elezioni no, con quale sistema elettorale, preparate da quali esecutivi…) che non favoriranno certamente quella “stabilità” così agognata dai mercati.

Si è trattato di una campagna referendaria che ha visto il convergere sul fronte del “NO” di molte anime politiche: da quelle dichiaratamente xenofobe, nazionaliste, bottegaie, a quelle “legalitarie” e piccolo borghesi in tutte le loro varianti, anche di “sinistra costituzionalista”.

Per non parlare della “ridiscesa in campo” di vecchie cariatidi del politicantismo, avvezze ad ogni trasformismo…

Un fronte avverso alla lotta operaia, che non c’è mai appartenuto e che non ci appartiene.

Non bisogna però dimenticare che, al tempo stesso, dentro questo “NO”, si è prodotto un moto di reazione alle politiche sociali di questo governo, che ha coinvolto vasti strati del proletariato, colpiti direttamente o indirettamente da una crisi che dura da 8 anni e ha prodotto disoccupazione di massa (soprattutto giovanile), abbassamento dei salari reali, peggioramento delle condizioni lavorative, in un degrado generale: l’ennesimo governo di “centro-sinistra” ha calpestato vite e diritti degli strati proletari, a tutto vantaggio di banchieri ed industriali.

Analizzando nel dettaglio regioni, provincie e città dove più che altrove ha fatto presa la morsa della disoccupazione, della precarietà e dell’immiserimento, non si può non rilevare il dato esponenziale di crescita del NO al governo Renzi ed alle sue politiche.

È stato questo, molto più che la credibilità politica delle cosiddette “opposizioni parlamentari”, molto più che il “merito” della Riforma costituzionale, ad alimentare l’alta partecipazione al voto e la conseguente sconfessione del governo Renzi. Questo “NO sociale” è un fenomeno oggettivo, che è andato ben oltre quanto organizzato dagli stessi promotori del “NO sociale”, per cui il NO è solo in piccola parte riconducibile ai partiti che l’hanno promosso.

Senza ovviamente dimenticare il pur sempre elevato tasso di astensionismo (superiore al 30% e di poco inferiore al numero dei NO) che potremmo ormai definire “strutturale”, in gran parte operaio anch’esso, difficilmente recuperabile a canoni di “partecipazione” referendaria.

Uno “tsunami referendario” dunque che va dai comunisti registrato ed analizzato; che va “interpretato” e se possibile “intercettato”, evitando la faciloneria tipica dei “soloni intellettuali” … ma che non va affatto enfatizzato. Pena il passare rapidamente dalla sbornia alla depressione.

Noi riteniamo sbagliato – qualora se ne presentino le condizioni – non utilizzare ANCHE la “spinta” delle urne che può prodursi nel proletariato per scalzare i governi della borghesia, ogni governo della borghesia, e favorire così la disarticolazione dei meccanismi e degli “equilibri politici” della classe dominante.

Riteniamo però letale, per i comunisti, “estendere” la valenza di dati di fatto come questi per affermare non solo impresentabili “vie parlamentari” al ribaltamento sociale, ma anche altrettanto impossibili e fuorvianti illusioni che il “fermento” referendario della nostra classe (ove e qualora esso si produca) possa supplire in qualche maniera alla sua bassa combattività generale, o addirittura “alimentarla” se essa non ha già provveduto con le sue forze a mettersi in moto.

Detto in sintesi: anche se il referendum del 4 dicembre oltre alla fine del governo Renzi avesse decretato quella del renzismo (cosa tutta da vedere), rimane sempre il problema che tale caduta non è scaturita da una lotta proletaria di massa, passando “anche” da una tornata referendaria.

Rimane sempre il problema che sicuramente – se la caduta del governo Renzi non può che rallegrarci – è altrettanto vero che essendo essa frutto del suddetto voto “frontista-popolare” e non della lotta di classe, la borghesia si è riorganizzata affidando ai suoi subalterni il compito di proseguire il lavoro affidato pro tempore a Matteo Renzi.

In fondo, l’anima profondamente reazionaria della democrazia borghese consiste proprio, in assenza di un movimento della classe operaia politicamente orientato, organizzato e radicato, nel possedere gli strumenti “pluralisti” del ricambio e della perpetuazione dello stesso suo dominio. Spacciando tutto ciò per “cambiamento” …

Ragion per cui, dopo il referendum i compiti di lotta e di lavoro politico per i rivoluzionari rimangono immutati da quelli che erano prima.

Anzi: dovremo ancora di più e meglio attrezzarci per smontare ogni illusione su un presunto indebolimento del nemico di classe, richiamando quei settori del proletariato protagonisti del NO alla vera prospettiva della lunga e difficile battaglia che ancora ci attende.

Quanto il terreno su cui lavorare sia lungo e faticoso ce lo dimostra proprio la recente firma del CCNL dei lavoratori del Pubblico Impiego e dei metalmeccanici, avvenuta pochi giorni prima del referendum, ad opera della Triplice sindacale. Per i primi si è trattato di una vera e propria “bufala”, dopo ben 7 anni di “vacanza contrattuale”, dal momento che i ventilati 85 euro di aumento sono solo sulla carta.

Per i secondi il discorso si fa ancora più articolato (in peggio). A fronte di un aumento medio salariale di “ben” 54 euro (sic), i padroni ottengono “in compenso”: l’introduzione di un welfare aziendale che farà polpette del poco che rimane del welfare pubblico, la restituzione degli aumenti in più rispetto all’inflazione programmata (che di per sé è sempre stato fattore penalizzante per i lavoratori), la “grande vittoria” della “formazione erga omnes” di tutto il personale (cioè aria fritta), l’inserimento nel CCNL dei vergognosi Accordi su Rappresentanza e diritto di sciopero… Si ha, in ultima analisi, la riemersione dei tavoli “concertativi” ed “unitari”.

Infatti, la FIOM-CGIL decide di firmare un contratto evidentemente peggiorativo rispetto ai precedenti su cui aveva fatto “opposizione dura”, riallineandosi anche formalmente alle direttive della Camusso e ad una nuova stagione di “supplenza” del vuoto partitico in Italia, in funzione di un maggior controllo sociale e di un pompieraggio di bassa lega.

Il lancio del referendum che nella sua ambizione doveva essere un plebiscito si è rivelato un boomerang per il fiorentino Renzi come qualche mese fa per l’inglese Cameron con il referendum sull’Europa: al posto di incoronarlo, la “volontà popolare” l’ha disarcionato. Al di là degli aspetti soggettivi, della supponente presunzione cocentemente scornata dal voto, lo sconquasso degli assetti politici non riguarda quindi solo l’Italia, ma ha investito numerosi altri paesi europei e gli stessi Stati Uniti con la vittoria di Trump. Al di là delle specificità nazionali, due sono le forze telluriche alla base di questo sconquasso: da un lato la crisi apertasi nel 2008-2009 e non ancora risanata in un’area come quella europea; dall’altro la forte ascesa di nuove potenze, soprattutto in Asia, e della Cina in particolare, che scombina le gerarchie uscite dalla Seconda Guerra Mondiale imperialista e rimescola le opzioni strategiche.

Se in Gran Bretagna l’opzione di agganciarsi alla crescita del mercato cinese senza i freni protezionistici del Sud Europa è tra le motivazioni delle frazioni britanniche pro-Brexit, negli USA la linea Trump esprime la linea opposta di contenimento della Cina – tutta da tradurre sul piano commerciale, dei capitali, politico e militare.

Se la telefonata di Trump con la presidente di Taiwan significasse l’abbandono della politica di “una sola Cina” e l’intenzione di spingere sulla rottura dell’isola con la Cina – ammesso che il governo di Taiwan seguisse questa linea – le ripercussione non si farebbero attendere, accelerando i tempi di un confronto anche militare.

Tutte da scoprire anche le implicazioni del ravvicinamento alla Russia preconizzato da Trump: certo un tentativo di staccarla dall’abbraccio della Cina e di prevenire la formazione di un blocco eurasiatico; ma come utilizzerà la Russia questo accresciuto spazio di manovra sul piano globale (in Siria abbiamo visto l’intensificazione della stretta finale su Aleppo subito dopo il colloquio Trump-Putin), e come reagiranno le altre potenze, europee in primis? Si compatteranno nel tentativo di costituire un blocco politico-militare su basi più omogenee dopo l’uscita della Gran Bretagna, e sotto un’accresciuta egemonia tedesca oppure, perso l’anello britannico, prevarrà la tendenza centrifuga sulla spinta degli interessi nazionali divergenti?

Le prossime tornate elettorali in Italia, Francia e Germania definiranno i rapporti di forza tra le tendenze centripete e quelle centrifughe, tra gli “europeisti” e i populismi nazionalisti. Perché non ci si fraintenda: il corso dell’Europa non sarà la libera scelta della “volontà popolare” sul piano elettorale; bensì il terreno elettorale registrerà lo spostamento di gruppi e frazioni borghesi, con il loro armamentario mediatico, sulla questione europea. Ad esempio un’affermazione dei 5 Stelle in Italia potrebbe segnare l’inizio della fine dell’euro.

La nostra politica comunista si deve muovere su un’altra dimensione: non l’utilizzo del malcontento di larghe masse per far passare opzioni borghesi contro altre – euro sì/euro no, europeismo (ossia una forma allargata di nazionalismo imperialista)/nazionalismo – ma affinché i proletari inizino a lottare per i loro interessi indipendenti di classe, economici e politici, contro il padronato e i suoi governi, e contro il sistema capitalistico nel suo complesso, e per dare forma e forza in questo processo al partito rivoluzionario.

La borghesia ha tutta una varietà di partiti che riflettono in modo diretto e indiretto gli interessi delle sue varie frazioni (grande e piccola industria dei vari settori e agricoltura, finanza, rendita immobiliare, commercio, altri servizi e libere professioni, ecc.). Questi partiti si presentano come partiti di tutti i cittadini al di sopra delle classi, ma così facendo coprono la realtà fondata sullo sfruttamento dei proletari ad opera dei borghesi capitalisti (così come l’ipocrita articolo 1 della Costituzione Italiana “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” nasconde il fatto che è in realtà fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato). I proletari non solo sono privi di un proprio partito indipendente, ma una volta ogni qualche anno sono chiamati a mettere una crocetta sul simbolo di uno dei partiti borghesi. Il numero crescente di coloro che, disillusi e disgustati, rifiutano questa pratica di auto-illusione, non trovando un’alternativa si ritira nella passività anti-politica. Occorre lavorare per organizzare il partito rivoluzionario dei proletari, a stretto contatto con le ancora sporadiche esperienze di lotta economica e politica dei lavoratori e dei proletari in generale.

Rottamato un Renzi, la borghesia ne manda avanti un altro: fino a quando i proletari non prenderanno il potere rovesciando questo sistema di sfruttamento.