Un nuovo presidente per la borghesia francese

 

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Emmanuel Macron è il nuovo presidente francese, con circa il 43,6% degli aventi diritto (il 66,06% dei votanti) contro la candidata del Front National, Marine Le Pen con il 22,4% degli aventi diritto (33,94% dei votanti). Bianche o nulle sarebbero l’8,96% (12% dei voti espressi). La percentuale degli astenuti è al 25,3%, la più alta dal 1969. Non ha votato il 34% degli elettori 18-24enni; il 32% degli elettori 25-34enni; il 35% dei disoccupati e il 32% dei lavoratori manuali.

Se includiamo le schede bianche e nulle, il 34% degli aventi diritto non ha votato per nessun candidato.

Al primo turno solo il 16% circa degli elettori aveva scelto Macron. Se n’è aggiunto un 28%, che lo ha votato perché è il meno peggio o il male minore, alcuni con la puzza sotto il naso per dire no alla Le Pen. Se quindi consideriamo l’insieme dell’elettorato, il “trionfo” di Macron, anche di fronte all’alternativa secca Macron/ Le Pen, consiste in meno della metà degli elettori a favore di questo candidato legato al mondo della Finanza e filoeuropeo. Il 43% degli elettori di Macron hanno dichiarato che il loro voto era contro la Le Pen, non per Macron. E meno di un quarto dell’elettorato (il 16% del primo turno + un 6% che non voleva votare il “banchiere” Macron) ha seguito il “populismo sovranista” del Front National.

Al primo turno oltre un quarto dell’elettorato non ha votato o ha messo scheda bianca o nulla, dimostrando sfiducia nel voto. Il loro numero è giunto nel secondo turno a oltre un terzo, dato che, oltre alle astensioni, quasi un decimo dell’elettorato che aveva votato un altro candidato ha poi rifiutato la scelta tra Le Pen e Macron.

Occorre ricordare che nel 2014 al fine di accelerare le riforme economiche necessarie all’imperialismo francese ed europeo, il governo Valls, presidente François Hollande, chiamò il liberista Macron a sostituire il ministro dell’economia colbertista (statalista) Montebourg. L’obiettivo della sua nomina venne raggiunto con la riforma varata nel 2015, ricorrendo ad una procedura di urgenza. In essa erano contenute misure di liberalizzazione del mercato del lavoro, facilitazioni per i licenziamenti in particolare per le piccole e medie imprese, la privatizzazione di numerose aziende pubbliche, facilitazioni fiscali e sgravi contributivi per il padronato, riduzione del il costo del lavoro soprattutto per il settore dei bassi salari, e l’introduzione di un nuovo arsenale disciplinare anti-sindacale. Contro la “Loi Macron” ci furono forti mobilitazioni dei lavoratori[1] in tutta la Francia. Si può quindi immaginare che coloro che sono scesi in piazza allora e nel 2016 contro la loi travail abbiano rifiutato il voto a Macron per una motivazione di classe.

Tra i provvedimenti annunciati dal nuovo presidente francese risparmi per 60 miliardi di euro, il licenziamento di 120mila dipendenti statali, l’assunzione di 100mila poliziotti e gendarmi – in nome della “sicurezza”, da interpretare soprattutto come sicurezza delle istituzioni della borghesia francese contro le proteste dei lavoratori, vedi in Italia la legge Minniti. Le borghesie italiane e francesi da tempo suonano le stesse musiche antioperaie, così anche nel duetto Jobs act-Loi travail. Non contento della Loi travail, Macron ha annunciato una nuova “riforma” del diritto del lavoro, da introdurre tramite ordinanze, che favorirà gli accordi aziendali e permetterà di limitare l’indennizzo in caso di licenziamento senza giusta causa. [Le Monde, 8.5.2017]

La minaccia all’euro e alla UE, paventata in caso di vittoria del Front National, non si è per ora realizzata, l’asse franco-tedesco sembra essere salvo, le borghesie delle due maggiori potenze europee, con loro le Borse, possono ancora sperare di evitare l’ulteriore sgretolamento della UE dopo l’uscita della Gran Bretagna, e di riuscire a rafforzare l’imperialismo europeo nella contesa mondiale.

Le lotte dei lavoratori contro la Loi Macron nel 2015 e la Loi Travail nel 2016, nonostante l’impegno in questo senso del movimento che raccoglieva anche molti giovani, non sono riuscite ad estendere significativamente la protesta a gran parte della classe lavoratrice francese, e soprattutto non sono riuscite a unificarla.

Le conseguenze di queste mancanze si sono viste al primo turno nello scarso appeal esercitato dai candidati della sinistra rivoluzionaria, che sono riusciti a raccogliere solo 600.000 voti contro i milioni di voti andati ai candidati della borghesia, voti che danno la misura del numero di coloro che cercano una prospettiva di classe, contro le soluzioni borghesi. Numero non disprezzabile, ma del tutto non corrispondente alla situazione di crescente disagio in cui versano milioni di proletari anche in Francia, e che indica quindi anche l’insufficienza delle organizzazioni anticapitaliste.

Un secondo speculare e pesante risultato delle difficoltà del movimento anticapitalista a raccogliere questo disagio è il sostanzioso appoggio al sovranismo espresso da una consistente quota di lavoratori, i più disagiati, i disoccupati (al primo turno è stato secondo i sondaggi del 41% dei votanti operai, un terzo degli elettori operai). È questo il dato elettorale che più deve preoccupare le organizzazioni di classe in Francia, come pure in Italia e a livello internazionale. È un dato che conferma, assieme al consenso intascato dal presidente americano Trump, la rabbia di ampi strati di popolazione che cercano la soluzione dei loro problemi in personaggi che si presentano come anti-establishment, perché non hanno trovato alcun partito in grado di far avanzare le loro rivendicazioni in una prospettiva autonoma di classe.

[1] Cfr.: http://www.combat-coc.org/contro-i-bassi-salari-la-disoccupazione-il-peggioramento-delle-condizioni-di-vita-e-di-lavoro-basta-con-i-regali-ai-padroni-ai-banchieri-e-agli-azionisti/