
In Indonesia, il quarto paese più popoloso del pianeta, sono esplose da 10 giorni estese e radicali proteste contro il sistema politico che rivelano una società carica di tensioni – un evento di tale portata da impedire al presidente della repubblica e capo del governo Subianto (l’Indonesia è una repubblica presidenziale) di volare in Cina per partecipare al vertice dell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai.
A far esplodere le proteste, iniziate il lunedì 25 agosto e tuttora in corso (sebbene in riflusso dopo la repressione poliziesca), è stato il varo da parte della Camera dei rappresentanti del popolo (in indonesiano Dewan Perwakilan Rakyat – DPR) di un aumento vertiginoso dell’indennità di alloggio per i 580 parlamentari. Questi “rappresentanti del popolo”, che già godono di lauti stipendi, sono intenti a portarsi al livello della borghesia, incuranti delle difficoltà nelle quali si dibatte la grande maggioranza dei lavoratori nonostante anni ed anni di notevole sviluppo della produzione nazionale. Il solo aumento previsto è pari a 10 volte il salario minimo della capitale Giakarta.
Lo sfondo di queste accese proteste è costituito dalle stridenti diseguaglianze sociali, e dalla decisione della nuova presidenza (in carica da meno di un anno) di apportare pesanti tagli alle spese statali per l’istruzione, la sanità, i servizi e i lavori pubblici, a fronte del varo di 100 nuovi battaglioni per l’esercito.
Già a febbraio c’erano state manifestazioni di decine di migliaia di giovani contro la legge che accresce ruolo e organici dei militari e contro il forte aumento delle imposte sugli immobili (addirittura +250%).
Anche la protesta di questo fine agosto è partita dai giovani, soprattutto dagli studenti, a cui si sono uniti decine di migliaia di lavoratori (alcuni sindacati, infatti, hanno aderito alle proteste) che hanno partecipato all’assedio del Parlamento, respinti dalle forze di polizia con lacrimogeni, proiettili di gomma e intervento di blindati, uno dei quali ha travolto e ucciso Affan Kurniawan, un motociclista fattorino che lavorava per una piattaforma online. Tra i luoghi più colpiti dalla polizia l’Università islamica di Bandung (diventata luogo di rifugio per tanti manifestanti, anche operai, feriti) e l’università di Pasundan (a 140 km da Giakarta).
La notizia dell’uccisione del giovane fattorino (avvenuta giovedì 28 agosto) ha gettato altra benzina sul fuoco. La rivolta si è propagata a decine di città anche contro la repressione poliziesca. Sono stati incendiati edifici governativi a Macassar e Surelaya. Sono state saccheggiate ville di parlamentari. In modo mirato: questa punizione è caduta, per esempio, sulla testa del deputato Ahmad Sahroni, uno dei più violenti contro i manifestanti (“sono criminali”, è “la gente più stupida del mondo”) e su quella del ministro delle finanze Sri Mulyani. Più volte, ancora lunedì 1 settembre, la protesta di massa è arrivata davanti al Parlamento.
Gli operai entrati in questo movimento hanno avanzato anche le proprie specifiche rivendicazioni: aumento del salario minimo, fine del sistema degli appalti e della precarizzazione del lavoro, fine dei licenziamenti di massa, riforma delle imposte sul lavoro. Il governo Subianto – nel tentativo di frenare la mobilitazione operaia – ha ricevuto il capo della Confederazione dei sindacati Said Iqbal, acconsentendo a creare una task force sui licenziamenti e dando generiche rassicurazioni che sarà revocato l’aumento delle indennità per i parlamentari, che saranno ridotte le spese per le loro trasferte all’estero, mentre per calmare le acque i relativi partiti hanno provveduto a sospendere i parlamentari rei delle invettive più volgari contro i manifestanti. Lo stesso presidente ha porto le scuse alla famiglia del fattorino ucciso, donandole una casa,
In aiuto a Subianto sono venuti il principale partito di opposizione (di centro-sinistra) e l’azienda cinese Tik-Tok, che ha accettato di sospendere “per alcuni giorni” tutte le sue funzionalità live. Ma il mezzo fondamentale per sopprimere le proteste di piazza è stata la repressione poliziesca giustificata, inutile a dirsi, dalle “azioni violente” dei dimostranti e dal rischio di “terrorismo” – con, ad ora, almeno 1.240 arresti, 8 morti, 20 dispersi.

Esattamente sessanta anni fa in Indonesia iniziava il massacro di centinaia di migliaia di comunisti ad opera dei militari di Suharto (aizzati e guidati dagli Stati Uniti), il più grande massacro del genere dopo quello perpetrato da Stalin negli anni trenta. Ancora oggi in Indonesia i comunisti sono fuorilegge. Subianto è un generale legato al clan di militari che perpetrò quel massacro.
Il tentativo del potere è quello di evitare l’estensione e radicalizzazione del movimento, ed anzitutto la massiccia scesa in campo del proletariato dell’industria (molto cresciuto negli ultimi 25 anni nei settori auto, moto, Itc, per lo più alle dipendenze da imprese giapponesi e sud-coreane). Di evitarla combinando violenza statale con gesti e parole distensivi (“comprendo le genuine aspirazioni della gente”). Ma le contraddizioni di classe riemergono con forza contro il sistema politico della borghesia indonesiana. Dalla lotta contro i privilegi del ceto politico alla lotta contro il sistema politico e sociale il passo è obbligato per le avanguardie del movimento. Gli stessi giovani che manifestano per la Palestina, manifestano ora anche contro il proprio governo. E la cosa appare minacciosa per Subianto&Co. perché nel 1998 il movimento che portò al crollo della dittatura militare di Suharto, nata per attuare il massacro dei comunisti indonesiani, partì proprio dagli studenti delle università.