
Riprendiamo dal giornale israeliano Haaretz di martedì 2 settembre questo articolo che parla del rifiuto di 350 riservisti di prendere parte alla distruzione-occupazione di Gaza City, e cita le dichiarazioni di alcuni di loro.
Certo, non siamo in presenza di una presa di posizione antimilitarista, tanto meno del rifiuto del colonialismo d’insediamento da cui è nato lo Stato di Israele. Troviamo infatti in queste dichiarazioni la rivendicazione delle “vere” esigenze di sicurezza dello Stato sionista, l’attacco al governo Netanyahu come un apparato non più al servizio “degli israeliani”, la denuncia delle falle nel sistema di sicurezza che hanno reso possibile l’attacco del 7 ottobre, ed anche, in coda, il richiamo all’ulteriore degrado delle condizioni di vita dei “civili” della Striscia di Gaza.
Tutto da archiviare, allora?
Pensiamo di no. Si tratta di un’altra manifestazione della crescita di contraddizioni in seno all’apparato di sterminio sionista, dei contraccolpi che la resistenza palestinese continua ad infliggere all’occupante, del discredito che ha investito Israele e del “sentore” – non possiamo parlare di “consapevolezza” –, che si fa strada anche all’interno degli stessi apparati militari di Tel Aviv, dell’abisso morale in cui il sionismo è sprofondato, lo stesso da cui (non dimentichiamolo) è nato! – che lo sta corrodendo e prima o poi finirà per travolgerlo. (Red.)
Martedì circa 350 riservisti hanno firmato una dichiarazione che contrasta la decisione del gabinetto di sicurezza di conquistare Gaza City, inasprendo così la loro opposizione al governo.
Alla conferenza stampa tenutasi a Tel Aviv, Ron Feiner, riservista membro dell’organizzazione Soldati per gli ostaggi, ha detto: “La decisione di lanciare un’operazione militare per conquistare interamente Gaza City è palesemente illegale e metterà in pericolo gli ostaggi, i soldati e i civili”.
Ha aggiunto: “Se saremo chiamati a prendere servizio non ci presenteremo. Non daremo seguito a nessuna richiesta di mobilitazione”. Feiner ha inoltre dichiarato che non sussiste alcuna giustificazione operativa o di sicurezza per tale operazione. “E’ una mossa politica, cinica e pericolosa, che serve a tutelare gli interessi di un’esigua minoranza, e non la sicurezza dei cittadini israeliani”.
Feiner ha detto che il capo di Stato Maggiore dell’IDF Eyal Zamir, il deputato del Likud e consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi, e l’intera leadership militare passata e presente “hanno dichiarato esplicitamente che questa operazione metterà in pericolo gli ostaggi”.
“Le famiglie degli ostaggi stanno supplicando che la vita dei loro parenti prigionieri a Gaza non venga messa a rischio in un’altra operazione militare. Questa è una trappola mortale anche per i soldati “. Egli ha inoltre messo in guardia dall’impatto dell’operazione sulla popolazione di Gaza e dal peggioramento della situazione umanitaria nella Striscia, e ha invitato i personaggi pubblici ad unirsi a lui nell’opposizione al piano.
“Gli stessi valori che ci hanno spinto a lasciare le nostre case e le nostre famiglie il 7 ottobre ora ci fanno dire ‘è troppo’ – così il riservista Dor Menachem. “Siamo quelli che hanno la responsabilità di difendere la patria. Il governo Netanyahu, insieme a Ben-Gvir e Smotrich, deve ancora assumersi le sue responsabilità per il massacro del 7 ottobre. A questo governo non vuole la sicurezza di Israele, la vuole minare.”
Ha aggiunto: “La realtà oggi impone che la guerra venga fermata. E’ venuto il tempo di servire la patria e non gli interessi di un governo che sta sacrificando il nostro futuro.”
Sempre martedì, i riservisti hanno comunicato l’intenzione di allestire una tenda per protestare fuori dal quartier generale militare Kirya a Tel Aviv, con l’obiettivo di sollecitare il ministro della Difesa Israel Katz e i membri del gabinetto di sicurezza a garantire il ritorno degli ostaggi e porre fine alla guerra. Secondo l’annuncio, la tenda sarà montata da giovedì a sabato, dall’11 al 13 settembre.